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L’Afghanistan e le ragioni del 1789

Il 26 agosto 1789, 224 anni fa, l’Assemblée Constituante approvò gli ultimi articoli della Déclaration des droits de l’homme et du citoyen. Oggi quelle norme sono ancora in vigore, in Francia, e hanno rango costituzionale.

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È, con buona pace di tanti – soprattutto in Italia, ma non solo – l’atto politico da cui nasce il liberalismo. Gli anglosassoni si sono inventati una genealogia interessante, che in genere parte da Locke e a volte passa anche attraverso Burke, un dei padri del conservatorismo che odierà quella dichiarazione e il suo significato. In realtà il vero fondatore del liberalismo è Benjamin Constant, che cerca di salvare il meglio della Révolution dal giacobinismo, dalla reazione, e dal bonapartismo. Gli altri sono importanti precursori: lo racconta molto bene, tra gli altri, proprio un inglese, Edmund Fawcett – lo zio di Boris Johnson – nel suo Liberalism.The Life of an Idea[1].

In questi giorni è particolarmente importante ricordare questo anniversario perché in Afghanistan uomini, donne e bambini cercano disperatamente di fuggire dal loro paese. Persone che avrebbero preferito godere di quei diritti che i rivoluzionari francesi – figli di una lunga tradizione – iniziarono a “codificare”. Anche la Costituzione afghana del 2004 richiamava molti di quei diritti; e dava valore costituzionale alla Commissione indipendente afghana sui diritti umani, che era stata creata qualche mese prima, nel 2002.

Non si può dire in realtà che la situazione dei diritti umani in Afghanistan sia mai stata felice, e molti abusi da parte della polizia – compresa la tortura di alcuni fermati e detenuti – sono stati ufficialmente denunciati (creando indignazione anche in Canada, accusata di essere a conoscenza di quanto avveniva nelle zone controllate dalle sue forze armate). Molte persone di quel paese, in ogni caso, avevano iniziato a goderne.

Quanto sta avvenendo in Afghanistan rivela quindi che i diritti, la libertà, la democrazia sono desiderabili e desiderati in qualsiasi cultura; ma anche che non è possibili difenderli “nel vuoto”. Sbaglia chi dice che non sono esportabili e, tristemente, anche chi dice che non sono esportabili con la guerra – come fermare altrimenti i “nazifascisti”[2] del mondo… – ma anche chi pensa che basti solo la guerra e un po’ di diritto. Occorre per esempio una struttura economica adeguata, e anche una società civile vivace.

Le vicende afghane, la fuga di uomini e donne, mostrano però, e soprattutto, che il desiderio, l’esigenza, il riconoscimento dell’importanza della libertà dei diritti non sono solo figlie di una cultura, di una tradizione, di una storia. Può nascere ovunque e, sia pure in forme e modi “adeguati”, in ogni tempo.

È una considerazione importante perché la cultura liberale, nella sua polemica contro il “giacobinismo”, ha molto insistito sul ruolo della spontaneità, e quindi della lentezza della storia, della società: lo ha fatto per esempio Benedetto Croce nella Storia d’Europa nel secolo decimonono e soprattutto Friedrich Hayek con la sua idea dell’ordine spontaneo. Bruno Leoni, con la sua idea del diritto come pretesa che parte dal basso (e viene riconosciuta dai giudici, “veri rappresentanti” dei cittadini), è andato anche oltre[3].

Libertà e diritti però figli del lavoro – lento e spontaneo, è vero – della ragione umana, i cui risultati una volta raggiunti non possono però essere dimenticati, o isolati in questa o quella parte del mondo. La ragione umana non è qualcosa in cui si sceglie di credere, è un fatto: la scienza e la filosofia ci hanno insegnato che uomini e donne non ragionano sempre, ma ragionano, ogni giorno, ovunque. La ragione, il pensiero, restano l’ elemento fondamentale della natura umana, e in questo senso i diritti sono davvero “naturali”: naturali in quanto razionali.

Una lunga corrente culturale, che ha influito anche sul liberalismo (come sui suoi nemici, del resto), ha invece identificato il razionalismo (in genere “francese”), e i suoi abusi, come il male. È un errore. La ragione stessa – Kant lo ha dimostrato molto bene, e nessuna corrente di pensiero può oggi ignorare Kant – è assolutamente in grado di individuare le sue vere potenzialità, e di capire a quali condizioni è valida.

Sono elementi irrazionali a rendere la ragione, in un certo senso, “impura” e a crearne i presunti abusi così entusiasticamente denunciati, soprattutto dal mondo conservatore: il mito di un’armonia sociale – che è molto di più della pace – da cercare nella tradizione o in questo o quel sogno utopico; la fiducia acritica, irrazionale, nel potere e nelle sue gerarchie[4], per i quale va invece nutrita una sana sfiducia; l’idea che la condizione umana non possa essere migliorata, a dispetto di ogni evidenza (anche il progresso, sia pure accidentato, è un fatto); e il rifiuto di riconoscere la dignità di ciascuna persona e di ciascuna scelta di vita che non danneggi gli altri: nessun uomo, nessuna donna è uno strumento (neanche nei rapporti con la divinità). Il razionalismo è, insomma, inscindibile dalla consapevolezza della finitezza dell’esistenza umana[5].

Cosa altro è però una concezione della vita che, pur lavorando per la pace, riconosce l’ineliminabilità di una pluralità non sempre armonica di idee e interessi, ha una sana sfiducia nel potere e nelle gerarchie, sa che la condizione umana è migliorata e può essere ulteriomente migliorata, e riconosce la dignità di ciascuno e di ciascuna scelta di vita se non una concezione liberale – razionale e generosa, quindi – e democratica dell’esistenza umana?

La lotta per la libertà, per i diritti; il desiderio di libertà individuale degli afghani in fuga, sono allora razionali, ed è importante tornare a fondarli razionalmente e a non affogarli, impoverirli, attribuendoli solo alla nostra cultura e alla nostra tradizione, e a non rinunciare a essi. Pur sapendo che l’errore, l’arbitrio, la stessa prepotenza è sempre in agguato, a ogni passo.

Tutto questo significa anche che, senza cadere nel sogno dell’ingegneria sociale o costituzionale, viene il momento in cui bisogna provare a codificare, e poi a imporre le regole della società libera, la cui violazione va sanzionata. Viene cioè il momento in cui bisogna costringere le persone non a essere libere, ma a rispettare la libertà altrui.

È la strada verso la schiavitù[6]? Può sempre diventarlo: la libertà, i diritti, la democrazia sono fragili, non ci sono garanzie assolute che non vengano calpestate da chi sa usare la violenza, o è deputato a farlo. La concezione liberale e democratica dell’esistenza è una concezione tragica, ciascuno di noi può diventare il nemico involontario di se stesso e dei propri ideali.

Anche per questo è davvero difficile esportare libertà e diritti. Non provarci significa però calpestare gli uomini e le donne che quei diritti e quelle libertà cercano disperatamente. A cominciare dagli afghani in fuga.

[1] Una splendida storia – a volte, è vero, un po’ troppo “veloce” – pubblicata dalla Princeton University Press, che propone anche la fondamentale, e secondo me insuperabile, e non a caso lunga, definizione del liberalismo su cui si basa anche questo post.

[2] Il termine “nazifascismo”, a proposito del fondamentalismo islamico, non è usato a caso. Ci sono forti legami tra le due culture. L’anello di congiunzione con la cultura talebana è, molto probabilmente, Sayyd Qutb, teorico e leader dei Fratelli musulmani.

[3] Non è forse un caso che i tre autori, piuttosto diversi l’uno dall’altro, abbiano poi preso posizioni politiche conservatrici, sia pure con una consapevolezza “liberale” molto accentuata.

[4] Il popolo, quindi, è (unica) fonte del potere – fountain of power – ma non è sovrano.

[5] O, quantomeno, non è compatibile con il cattivo infinito di cui parla spesso, ispirandosi a Hegel, Benedetto Croce.

[6] Non è esattamente questo il senso della Road of serfdom di cui ha scritto Friedrich Hayek, ma la domanda va sempre, comunque, posta.