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Piketty, un sovranista illiberale di sinistra

Giustizia, forse, ma senza libertà. Il sovranismo illiberale di sinistra, “universale” e finanziario, proposto nell’ultimo libro di Thomas Piketty, Une brève histoire de l’egalité, pubblicato il 26 agosto da Seuil, si fa notare soprattutto per quello che non c’é: lo sviluppo economico e quindi l’innovazione tecnologica, la struttura stessa del sistema di mercato. Oltre, ovviamente, alla libertà e alla democrazia politica.

La proposta dell’economista francese, che ama suggerirsi come l’erede di Marx (Il Capitale del XXI secolo, si chiama il libro che lo ha reso famoso) non ha nulla a che vedere però con la profonda sfida intellettuale, prima ancora che politica, posta da un Marx o un Keynes (per restare nell’ambito del pantheon della sinistra). Il suo discorso si limita – al di là della riproposizione della cogestione, la mitbestimmung tedesca o scandinava delle aziende – a una radicalizzazione di alcune misure di finanza pubblica, associata a un forte controllo dei movimenti internazionale di capitali finalizzata a preservarne l’efficacia.

Il problema di Piketty è la diseguaglianza, tracciata come in passato, per blocchi statisticamente determinati (lo 0,1% o l’1% più ricco, il 50% più povero); spesso descritta con toni moralistici. L’enfasi di Marx, oltre che il suo realismo, per quello che oggi chiameremmo l’empowering della classe operaia (accompagnato e sostenuto dalla previsione della progressiva scomparsa dei capitalisti), manca del tutto. In un mondo economicamente statico, nel libro il nodo è quanto il cittadino comune guadagna in proporzione ai multimiliardari.

Piketty dà un’importanza enorme a questo divario – che è effettivamente anomalo anche se, come lui stessi riconosce, di gran lunga inferiore rispetto al passato – al punto da scrivere che “senza un’azione risoluta che punti a comprimere drassticamente le ineguaglianze socioeconomiche, non esiste soluzione alla crisi ambientale e climatica”. Il nesso tra le due cose è, evidentemente, molto labile.

Pochi negano che la diseguaglianza sia un problema: dal 2004 almeno il Fondo monetario internazionale e l’Ocse studiano gli effetti negativi dell’eccessiva diseguaglianza; la quale è però, più correttamente, interpretabile come un sintomo. Un sintomo della presenza di posizioni di rent seeking, di monopoli, di oligopoli, per esempio: Léon Walras sottolineava come il suo sistema di equilibrio economico generale, oltre a essere in astratto compatibile con qualunque distribuzione del reddito – aspetto questo confermato dalle successive ricerche – mantiene invariata quella distribuzione. Garantisce insomma la giustizia distributiva una volta definita la giustizia communativa.

Il modello walrasiano è statico – non tiene conto del fatto che l’innovazione tecnologica, e il cambiamento delle preferenze dei consumatori alternano nel tempo la distribuzione (insieme alle politiche, ovviamente) – e astratta, non tiene conto delle innumerevoli imperfezioni e fallimenti del mercato. Difficile però che un intervento che abbia l’obiettivo di ridurre la diseguaglianza possa essere disegnato senza tener conto delle situazioni concrete e della distanza con il benchmark walrasiano. Si pensi al tema della proprietà intellettuale – tornato in evidenza a proposito dei vaccini – dei monopoli che crea, del protezionismo che alcuni paesi avanzati hanno perseguito a livello globale: nulla di tutto questo appare nell’analisi e nella proposta di Piketty.

La proposta di Piketty, invece, è tutta finanziaria. L’economia concreta, fatta di lavoratori, di macchinari, di progetti, di competenze di ricerca continua e a tutti i livelli di soluzioni nuove, non c’è. C’è la finanza pubblica, da rafforzare, e la finanza privata, da contenere. È in questo senso che manca l’attenzione di Keynes per l’aspetto reale delle sue proposte anche monetarie (“Di certo, sir John – disse a un architetto che si lamentava dei vincoli finanziari ai suoi progetti – voi non costruite le vostre case con il denaro”).

Piketty propone soprattutto un’imposta progressiva con aliquote più elevate (“quasi confiscatorie”, scrive) per i redditi più alti e per i patrimoni ereditari ingenti, che permetta la redistribuzione delle ricchezze a tutti. Nulla di rivoluzionario, in realtà, né di socialista (un liberista come James Buchanan propose un’imposta di successione del 100% al di sopra di un certo livello): sono politiche che devono tener conto innanzitutto della fattibilità, e dei possibili effetti sull’intera economia e sulla struttura politica, in modo da individuare al massimo un possibile trade-off. Per Piketty, invece, l’imposta progressiva è in grado di realizzare una “trasformazione sistemica del capitalismo”. Viene da chiedere: cosa ne avrebbe pensato Marx?

L’enfasi sulla diseguaglianza – e non, per esempio, sul concreto desiderio di migliorare la propria posizione economica, di ampliare le proprie opportunità, le concrete possibilità di scegliere e incidere da parte di ciascun individuo – lo porta anche a non dare troppa considerazione al reddito di base (o universale: una proposta liberista peraltro). Meglio utilizzare, secondo Piketty, altre due politiche: quelle che fanno del settore pubblico il “datore di lavoro di ultima istanza” (che, a differenza del reddito universale dà vita a qualcosa di molto simile del lavoro forzato); e la cogestione dei lavoratori.

I risultati della Mitbestimmung, peraltro applicata con modalità diverse in Germania e nei paesi Nordici, sono oggetto di numerosi studi, che Piketty però non cita; così come il suo approccio collettivista non gli permette di affrontare il vero problema che essa pone: la cogestione dà potere ai dipendenti o alle élites sindacali (che, come tutte le élites, possono seguire un’agenda propria)? Chi viene davvero empowered? E come, eventualmente, risolvere il problema? Senza porre la questione – non irrilevante per chi voglia creare un sistema decentralizzato – Piketty va anche oltre, e propone i fondi salariali alla svedese, finanziati con i profitti aziendali, con i quali i lavoratori possano nel tempo acquisire il controllo della propria azienda.

È, ed era, il tentativo di far scomparire “gli imprenditori”. Per Marx c’era un processo storico, guidato da un certo uso della tecnologia, a rendere possibile questo passaggio: i lavoratori nel loro complesso, il general intellect (o il lavoratore sociale) delle imprese, ne avrebbe assunto tutte le funzioni. Qui c’è solo un progetto politico imposto per legge, non la maturazione di un diverso sistema economico, di un diverso assetto della divisione del lavoro. Gli imprenditori in senso classico, ormai, sono a rigore presenti solo nelle nuova imprese innovative (cosa diversa sono i grandi azionisti, i grandi investitori): si può davvero pensare che la loro funzione di innovazione – non esclusiva, certo, perché occorrono anche ingegneri, tecnici, scienziati e operai innovativi – sia scomparsa o sostituibile?

Una parte importante – anche per la definizione complessiva del suo progetto politico – del discorso di Piketty riguarda i paesi in via di sviluppo, la cui povertà viene ricondotta, in modo non sbagliato ma decisamente riduttivo, al passato coloniale e alla struttura asimmetrica dei rapporti che si sono istituiti dopo l’indipendenza. L’economista francese non ha nulla da dire sulle modalità attuali, spesso fallimentari – al di là delle emergenze – degli aiuti allo sviluppo, ma si limita a chiedere forti limiti al movimento dei capitali per evitare che i sussidi fuggano di nuovo all’estero e non finanzino lo sviluppo.

Il prelievo fiscale sulle multinazionali, spiega Piketty, deve essere distribuito anche a ciascun paese povero, “in proporzione della sua popolazione”. I trattati commerciali esistenti vanno inoltre sostituiti da “veri trattati di cosviluppo durevole ed equo”, aggiunge; senza chiedersi se questa proposta non possa essere letta nei paesi in via di sviluppo come una nuova forma di postcolonialismo e di paternalismo da parte dei paesi più ricchi: l’economista chiede che questi paesi rinunciano a parte della loro sovranità, con la creazione di “assemblee transnazionali che rappresentano i diversi paesi signatari”.

Piketty è socialista (“Tutte le ricchezze sono collettive alla loro origine”) e dà valore a un’utopica “armonia sociale”, e tale è la sua proposta politica. L’obiettivo è la creazione di un “socialismo democratico, autogestito e decentralizzato”, diverso quindi dal socialismo centralizzato che ha fallito dappertutto. Non riconosce però il problema che il centralismo ha messo in evidenza, la tendenza alla creazione di élites di “uomini nuovi” che sostituiscano le vecchie; e rischia così che si ripresenti.

Il socialismo è l’unico futuro possibile, per l’economista francese che guarda allora alla Cina come unica alternativa al suo progetto: malgrado le sue fragilità, “il socialismo cinese ha comunque numerosi atout”. Pechino, in particolare, ha elevati attivi pubblici mentre i paesi occidentali sono indebitati: “I paesi ricchi sonno ricchi, nel senso che i patrimoni privati non sono mai stati così alti; sono solo i loro Stati che sono poveri” e vogliono restare poveri perché si potrebbe “ridurre il debito pubblico in modo accelerato, per esempio attingendo ai patrimoni privati più alti ridando margini di manovra alla potenza pubblica”.

Il socialismo di Piketty vuole però essere diverso da quello cinese, “diversificato e participativo, ecologico e postcoloniale, attento al Sud e a tutte le diseguaglianze e ipocrisie occidentali”. È convinto che il mondo, da una battaglia tra i capitalismi, diventerà una battaglia tra socialismi.

Non manca un attacco alle banche centrali e ai tassi zero (che il socialista libertario Pierre-Joseph Proudhon auspicava a favore delle classi deboli). Piketty loda la svolta verde delle autorità monetarie ma, aggiunge, la loro “missione richiede vaste decisioni democratiche, nelle aule parlamentari e sulla piazza pubblica, sulla base di expertise approfondite e contraddittorie che permettano di giudicare gli effetti delle differenti politiche monetarie possibili su indicatori sociali e ambientali multipli”. Difficile immaginare cosa diventerebbe la politica monetarie, più facile capire dove sarebbero fissati i tassi: a… zero.

Il risultato, Piketty ne è consapevole, è una forma di sovranismo. Illiberale, perché di libertà, nel libro, non si parla. È un sovranismo diverso da quello di destra, nelle intenzioni: universalista perché “universali” sono i suoi obiettivi. “In pratica – ammette però lo stesso autore – questo sovranismo universalista non sarà sempre facile da distinguere dal sovranismo di tipo nazionalista fondato sulla difesa di una identità basata su una civiltà particolare e su interessi considerati omogenei nel suo seno”; ed è questo il passaggio chiave del libro.

Come distinguerli, allora? Per Piketty occorre che si proponga agli altri paesi “un modello di sviluppo cooperativo, fondato su valori universali e indicatori sociali ed ambientali oggettivi e verificabili”; creare “assemblee trasnazionali alle quali occorre idealmente affidare beni pubblici globali e politiche comuni di giustizia fiscale e ambientali”, con il sostegno di “coalizioni internazionali credibili capaci di accelerare la transizione verso il federalismo socialismo e democratico che deve restare l’obiettivo ultimo”. Per sostenere il tutto occorrono infine cittadini attivi: “Solo potenti mobilitazioni sociali, sostenute da movimenti e organizzazioni collettive, permetteranno di definire obiettivi comuni e di trasformare i rapporti di forza”, dice, senza precisare l’assetto istituzionale, politico di un tale sistema. Troppo poco, e questo poco è troppo vago.

Il libro di Piketty sarà letto e amato: rimette in gioco il socialismo, i progetti politici e slogan che sembravano morti, dà loro un’aura di concretezza, e ridà orgoglio alla storia del movimento socialdemocratico e ai suoi risultati. Riempie un vuoto, sicuramente, e per questo potrebbe avere successo. A una visione moralista della diseguaglianza, associa però riforme punitive per finanziare strumenti la cui efficacia in termini di effettivo empowering delle “classi popolari” e dei poveri del mondo, è tutta da verificare.

Il testo è molte cose insieme, come dice lo stesso autore: “Un libro di storia, e di scienze sociali, libro ottimista e libro di mobilitazione cittadina”. Di nuovo: troppo. In sé, il lavoro ha il solo vantaggio di limitare molto la “denuncia sociale”, spesso sterile, per concentrarsi su una proposta ottimista sul futuro.

L’impressione, però, è che questa proposta manchi il bersaglio. Poche cose per un compito enorme e, alla fine, neanche troppo condivisibile. È un libro in cui ci sono masse indistinte, di cui non è chiara l’organizzazione; mentre mancano gli individui; in cui le persone sembrano più interessate a punire gli altri per la loro fortuna o le loro malefatte, che a migliorare la propria posizione. Il socialismo più generoso non è stato questo.

Il problema di Marx non era la diseguaglianza. Era, lo spiega nel Capitale, la libertà individuale. La sua proposta era tragicamente inadeguata, ma il suo problema era ben individuato (e per questo il liberalismo continuerà ad arrovellarsi sul suo pensiero, pur criticandolo radicalmente). Il suo socialismo era quindi molto più consapevole e realista di qualunque altro (anche se gli anarchici furono in grado di capirne il difetto). Non è un caso se invece il collettivismo di Piketty ricade in un sovranismo che lui stesso ritiene difficilmente distinguibile da quello di destra; e, in assenza di un richiamo ai diritti individuali, universali, il suo universalismo diventa meno che velleitario per la sua vaghezza.

Se sarà questo tipo di proposte a riempire il vuoto culturale e ideale della sinistra, il risultato sarà molto deludente. Per tutti. Solo una prospettiva liberale e democratica, generosa e individualista, fondata sulla scienza anche economica – Piketty sembra far riferimento a una sorta di economia ricardiana semplificata dove tutto è frutto di un equilibrio politico e non ci si pongono mai questioni di efficienza e sostenibilità economica – e svincolata da ogni forma di elitismo e di conservatorismo può ambire a dare una risposta concreta anche alle istanze sociali che provengono dai lavoratori e dai poveri del mondo, spesso illuse da ideologie senza fondamento.

C’è solo da sperare che l’eventuale fortuna di Piketty ponga una sfida e solleciti una risposta all’altezza dei problemi del mondo.

  • Riccardo Sorrentino |

    @Marco Massetani,

    capisco la sua posizione ma ho un’idea diversa del liberalismo, incompatibile con qualsiasi tradizione. Il liberalismo è la cultura della società e dell’economia moderna – che non hanno prevalso, non ancora almeno, sulle tendenze premoderne, siano esse socialiste o corporative (di sinistra o di destra, dunque) – che si fondano sull’innovazione, il desiderio e la volontà di provare e proporre cose nuove, di dar libero sfogo alla creatività dello spirito umano. Il balzo nel benessere, dal 1830 a oggi, è tutto legato all’innovazione, che non è esercizio riservato di un’élite, ma è fenomeno diffuso. Dove c’è innovazione non può esserci razionalismo nel senso classico – ciò che è nuovo è imprevedibile – ma neanche tradizioni. C’è anche una piccola componente costruttivista – il tentativo di codificare, per esempio i diritti umani – che non va disprezzata perché è espressione della stessa creatività. Il liberalismo ha bisogno poi di pace: in questo senso è importante “esportarlo”, magari in forme più intelligenti di quanto si sia fatto finora. Quanto sarebbe importante, per noi, una democrazia liberale e prospera in un paese arabo, per esempio? Quanta emulazione potrebbe generare? Quanta pace portare a questa parte del mondo?

  • Marco Massetani |

    È vero, il liberalismo è un esercizio difficilissimo, un’acrobazia come diceva Ortega Y Gasset. Ma il liberalismo non si esporta, tantomeno razionalmente codificandolo. Si esporta la libertà, non la cultura liberale’ che è un mix di tradizioni morali e giuridiche sedimentato. E ricordiamoci che se Occidente liberale continua a rimanere il miglior mondo possibile è perché ha promosso un’idea di società aperta al suo interno e non incondizionatamente verso l’esterno. La crisi attuale dell’Occidente passa proprio da quest’ultima considerazione.

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