Un liberalismo piccolo piccolo: la nuova «rivoluzione» di Silvio Berlusconi

Liberale, cristiana, garantista, europeista: Silvio Berlusconi, nel tentativo di fare da “padre nobile” alla una nuova coalizione di centro-destra, ha lanciato quattro parole d’ordine, non certo banali. Nulla di davvero originale, in realtà, a parte forse quell’accenno all’Europa che sembra in netta contraddizione non solo con la storia della destra berlusconiana ma anche le parole e le azioni delle due principali forze politiche di centro destra. Segno, probabilmente, che il vecchio leader voglia in qualche modo “riequilibrare” l’immagine – ma non certo la cultura, più radicata – della destra italiana, ormai definitivamente sovranista (e quindi, se ne potrebbe concludere, illiberale).

Il più interessante, perché – povero di proposte concrete – intende fondare la cultura di fondo di questa proposta politica, è sicuramente il primo dei concetti, al quale Berlusconi ha dedicato il primo di quattro articoli (L’individuo prima di tutto. Così si crea il benessere, su Il Giornale), pubblicato il 22 agosto: “Continuo a credere – scrive – che una rivoluzione liberale sia necessaria e urgente”.

Sarebbe facile – anche se giusto – rimproverare a Berlusconi che nulla di davvero liberale è stato davvero fatto nei 10 anni, su 27, in cui ha guidato il centrodestra. Sarebbe altrettanto facile ricordargli che, nella nuova formazione manca un gruppo di politici sufficientemente grande e coeso da poter davvero dar vita non certo a una politica anche solo parzialmente ispirata al liberalismo.

Più complicato – l’equivoco è troppo radicato – sarebbe ricordargli che il liberalismo non solo è incompatibile con il postfascismo, il sovranismo e la democrazia illiberale che Fratelli d’Italia, la Lega (e lui stesso) hanno portato e portano avanti, ma anche con lo stesso conservatorismo. Con la destra il liberalismo ha potuto creare alleanze pragmatiche – non le uniche, come mostra il caso tedesco – quando il socialismo statalista era ancora una proposta politica considerata valida. Oggi, a emergere in tutta evidenza, sono piuttosto le differenze, radicali.

Più interessante, in realtà, è prendere sul serio il discorso di Berlusconi (non scritto da lui, ma da qualcuno che ha una visione consapevole, anche se anomala, del liberalismo): che si tratti di un’operazione di marketing o una proposta di cultura politica rilevante per l’Italia di oggi, è una considerazione che può essere fatta solo in un secondo momento.

L’articolo di Berlusconi sembra sposare, e in modo esplicito, la visione di Friedrich Hayek. Più che concentrarsi sul concetto di libertà, parte da quello di individuo, e di individualismo: Hayek distinse in un saggio fondamentale nella sua produzione, l’individualismo “vero” da quello “falso”. Al concetto di individuo, “Berlusconi” – o meglio il suo autore – affianca in realtà quello, di origine cristiana, di “persona”. Hayek – che sul piano strettamente personale era un convinto agnostico – forse non avrebbe potuto farlo, anche perché qualche differenza importante tra i due concetti esiste.

“Berlusconi” riconosce questa distanza ma propone che vengano considerate come equivalenti. In un discorso politico, pratico, si può sicuramente fare, ma nella consapevolezza che si sta tentando di conciliare due culture diverse[1].

È però curiosa l’immagine dell’individuo che “Berlusconi” propone – insieme a quello di persona. Perché ci si aspetta di trovarla nelle caricature del liberalismo proposte dagli avversari della cultura della libertà: “L’individuo nell’ottica liberale è solo con se stesso”.

Non è vero. L’individuo del liberalismo è sempre un individuo sociale, che vive insieme agli altri. In tutte le interpretazioni politiche della libertà – dall’anarchismo fino al libertarianism anarcocapitalista, passando per tutte le sfumature del liberalismo – l’individuo è chiamato a coordinarsi con gli altri in modo libero, autonomo, responsabile rispetto al “comando” dello stato: attraverso forme radicali di federalismo (i diversi anarchismi), attraverso i contratti e le libere associazioni nelle varie forme di liberalismo.

L’individuo non è mai isolato e quindi non è necessariamente un egoista[2], come ha sottolineato Karl Popper in La società aperta. Le conseguenze politiche sono importanti: l’individuo sociale, autonomo e responsabile, è in ogni caso chiamato a tener conto degli altri, con cui deve coordinarsi, e dei loro interessi, Altrimenti la sua libertà si traduce in un “me ne frego” di tristissima, e illiberale, memoria.

È vero che c’è una lunga tradizione, nel liberalismo, secondo cui sul piano prettamente economico le singole scelte individuali, prese indipendentemente da quelle altrui, si coordinano provvidenzialmente e da essa emerge un ordine che avvantaggia tutti: è l’idea della mano invisibile. Nessun liberale serio l’ha però mai adottata in modo acritico[3], e la scienza economica (non solo mainstream) ne sottolinea non solo vincoli e limiti, ma anche la necessità di un quadro istituzionale che ne permetta il corretto funzionamento. Questo quadro istituzionale richiede, appunto, la cooperazione tra gli individui, che dalle singole scelte, autonome, si trasferisce (“politicamente”, si potrebbe dire) alle regole del loro coordinarsi.

A essere evocato, qui, sembra essere piuttosto l’egoismo di Ayn Rand – la scrittrice statunitense di origine russa secondo cui la grandi aziende sono la minoranza perseguitata dell’America – la cui compatibilità con il liberalismo, oltre che la sua coerenza e validità filosofica, è molto, molto controversa.

L’obiezione è importante per interpretare il passo successivo. “Crediamo che ogni limitazione di libertà e dei diritti delle persone da parte dello Stato sia di per sé un male – talvolta un male necessario per consentire la convivenza fra miliardi di esseri umani ma comunque un male da ridurre al minimo indispensabile”. Se l’inciso è importante (apre la strada a interventi contro la pandemia, ma anche contro il riscaldamento climatico), è molto importante sottolineare come nella visione berlusconiana il “nemico” dell’individuo sia solo e semplicemente lo Stato.

Nei giorni in cui si vede una cultura religiosa – che non è Stato, anche se vuole diventarlo – tentare di azzerrare diritti e libertà di migliaia di persone (alle quali libertà e democrazia, evidentemente, piacciono) concentrarsi sul solo Stato appare chiaramente riduttivo. Mille altri centri di potere possono tentare di ridurre questa libertà; e il liberalismo si oppone a tutte le forme di potere e di gerarchia, laddove non è possibile “scegliere”.

Anche Stato è un’indicazione molto vaga. A cosa si riferisce? Al governo, e ai suoi interventi discrezionali e a volte arbitrari che, effettivamente, possono ridurre la libertà (un problema molto attuale)? All’insieme di Costituzioni e leggi astratte e generali, che possono invece proteggere queste libertà – come insegnava anche Hayek – così come cancellarle?

Sono domande importanti. Contrapporre, semplicisticamente, Stato e individuo, significa in buona sostanza, proporre una politica di laissez faire, laissez passer perché tutto ciò che deriva dallo Stato incide sulla libertà. Sono quasi cento anni che tutti i liberali e i neoliberali consapevoli (Hayek compreso) hanno abbandonato anche in campo economico questo principio[4]. Perché le società e le economie moderne sono troppo complesse per essere abbandonate al laissez faire[5]. Adottarlo, in una situazione che non è ancora “liberale” significa dare ancora più potere a chi ha già più potere.

In economia, soprattutto, significa – lo avevano capito bene gli ordoliberali[6] – lasciare che ci creino cartelli e monopoli, sui mercati dei prodotti e dei servizi come su quello del lavoro. Il mercato, la concorrenza – di cui “Berlusconi”, tipicamente, non parla – vivono in un dilemma del prigioniero: la cosa più semplice, in assenza di un meccanismo costituzionale, o una cultura politica solida (egemone, si sarebbe detto in campo socialista) che in qualche modo stimoli questa concorrenza e la preservi attivamente, è che venga abolita, negata nella ricerca di posizioni di rendita (non sempre e non necessariamente protette dallo stato).

Non è un caso, allora, se “Berlusconi” continua a contrapporre alla sua visione liberale “i fallimenti delle economie pianificate”: ancora stato contro individuo (non il mercato, l’articolo non ne parla). Non è però questo, oggi, il principale avversario di una società liberale. Il socialismo, dopo Clinton, Blair e Schröder, sembra non abbia più nulla di sensato da dire – anche se le istanze sociali che lo animavano sono ancora vive, e attendono risposte – a parte la riproposizione di vecchie ricette (à la Jeremy Corbyn).

Il vero rischio è quello rappresentato dal sovranismo, dalla democrazia illiberale e dall’eterno corporativismo (fascista) italiano. La proposta politica di “Berlusconi”, però, non può certo opporsi a questa cultura, così radicata nella destra italiana, può solo sperare, se possibile, di correggerla.

Nel testo di “Berlusconi”, inoltre, non manca solo il mercato. Manca anche l’azienda. Si parla, piuttosto, di “libera associazione fra più singoli”. L’azienda però, pur composta da individui, è molto di più: dentro di essa – come ha spiegato il liberale Ronald Coase – non ci sono contrattazioni e scambi, troppo costosi, ma piuttosto una gerarchia; e la gerarchia, anche questa, è da un punto di vista liberale sempre un problema.

Non sembra, allora, che la proposta politica di Silvio Berlusconi possa essere considerata davvero valida. Mette in campo un liberalismo piuttosto vecchio, prigionero a volte di un’idea caricaturale della “mano invisibile” e del laissez faire. Nel tentativo di mettere insieme una coalizione dalle forti connotazioni illiberali, la sua “rivoluzione liberale” sembra voler solo – come nel ’94, del resto – salvare la coscienza di chi è conservatore, o addirittura reazionario, ma non fino in fondo. Un sinonimo nobile di “moderato”.

Il liberalismo è un’altra cosa e questi tentativi – che non sfiorano neanche le grandi sfide a cui il liberalismo è oggi chiamato – servono solo a screditarlo.

 

[1] A rigore, persino Luigi Sturzo parla di individuo e non di persona, anche se non mancano tentativi seri di collegare il suo liberalismo di matrice cristiana con il personalismo. Si veda Le ragioni etiche dell’economia di mercato. Riflessioni sul personalismo economico di Luigi Sturzo, di Flavio Felice.

[2] Neanche l’egoista di Max Stirner, si può aggiungere, è davvero “solo con se stesso”, se non in un senso molto particolare.

[3] Come è noto, non mancano inoltre nella lunga e diversificata storia del liberalismo, e fin dai suoi inizi, esponenti che non hanno creduto nella mano invisibile né nel laissez faire.

[4] Non è del tutto vero: i seguaci di Ludwig von Mises, un liberale e un economista che non va sottovalutato, se non altro per il suo rigore e la sua coerenza (e la modernità del suo approccio, che risente degli influssi della fenomenologia husserliana), sono ancora fedeli – in parziale contraddizione con quanto Mises pensava – a una forma di laissez faire che si presta però a un’obiezione importante: non riguarda solo le decisioni arbitrarie del governo, ma lo stesso quadro istituzionale nel quale il mercato funziona. Su questo, Viktor J. Vanberg, L’École de Fribourg: Walter Eucken et l’ordolibéralisme in Philippe Nemo e Jean Petitot, Histoire du libéralisme en Europe.

[5] Importanti, anche perché seminali, le considerazioni di Henry Simons in Economic Policy for a free society.

[6] “La libertà di contattare può essere usata non soltanto per promuovere la concorrenza, ma anche per distruggerla”, spiegava Walter Eucken in Die Grundlagen der Nationalökonomie.