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Liberismo e statalismo, una dicotomia «romantica»

Uno stato anarchico? Camillo Berneri – intellettuale libertario della generazione di Piero Gobetti, Carlo Rosselli e Antonio Gramsci – era arrivato, leggendo la Filosofia della pratica di Benedetto Croce, alla conclusione che occorresse anche parlare, in termini evidentemente pragmatici, dello Stato dopo la scomparsa dello… Stato auspicata dagli anarchici[1].

Gli anarchici e il crimine
Benedetto Croce aveva infatti spiegato che la società avrebbe avuto comunque, dopo un’eventuale crollo dell’istituzione statale, di un’organizzazione, la quale inevitabilmente sarebbe di per se stessa una forma nuova, anche radicalmente nuova, di Stato; aveva insistito sul rapporto dialettico tra libertà e autorità; aveva insistito, in nome di una libertà ontologica (e razionalistica) degli individui sull’impossibilità della coazione, o costrizione[2]. Berneri – oggi noto soltanto per la partecipazione alla guerra in Spagna dove fu ucciso dagli ‘alleati’ stalinisti – aveva colto questa intuizione e aveva spiegato che comunque la società libertaria avrebbe dovuto provvedere al controllo della criminalità, in nome di «leggi utili»[3].

Kelsen, le norme e lo Stato
La visione realista e positivista di Hans Kelsen – non esplorata fino in fondo nelle sue implicazioni[4], malgrado la fortuna del giurista austriaco soprattutto nel nostro paese – che identificava lo Stato con il sistema giuridico[5], l’insieme di norme legittime (e non derivanti da un potere sovrano perché comunque legate agli altri sistemi giuridici ‘statali’ e a quello internazionale), è perfettamente compatibile[6] con una visione così pragmatica – pratica, per seguire la più corretta terminologia di Croce – dello Stato[7]. Gli anarchici non hanno mai negato la necessità di regole in una società libertaria: la loro visione, almeno dal punto di vista ‘istituzionale’ e al di fuori dei suoi aspetti romantici, può essere considerata una forma di federalismo radicale, in cui tutte le norme sono pattizie[8] [9].

Abbattere lo Stato: anarchici e anarcocapitalisti
La visione di Berneri – che tra l’altro considerava gli anarchici i liberisti del socialismo – permette di capire come un progetto politico anche radicale, dai connotati utopici o di lungo periodo come l’anarchismo[10], sia compatibile – e anzi debba tener conto – con la concretezza di una valutazione pratica di mezzi e obiettivi ‘intermedi’ o ‘raggiungibili’. Il fatto che l’abolizione dello Stato sia oggi proposta, soprattutto negli Stati Uniti, da pensatori anarcocapitalisti, che hanno solo pochi punti di contatto con l’anarchismo europeo[11], dà un’idea di quanto possa essere fuorviante trasformare uno strumento – in questo caso lo Stato – in un obiettivo, un valore (in questo caso negativo) assoluto[12][13].

Politica senza romanticismo
Abbandonare la componente romantica nella politica[14], senza comprimerne necessariamente la dimensione progettuale, anche di lungo periodo, è un passo necessario. È importante respingere, scendendo a discutere in particolare dell’attuale dibattito politico, ogni visione salvifica, provvidenziale dello Stato o del mercato e, all’opposto, ogni visione demoniaca delle stesse due istituzioni. Per capire le conseguenze immediate di tale visione romantica, basti pensare all’idea, sbagliata ma diffusa, che ogni fallimento del mercato debba automaticamente – senza necessità di un’analisi delle alternative possibili, oltre che dei costi e benefici – essere affrontata con la tassazione[15], e ogni fallimento dello Stato debba automaticamente tradursi in una riduzione dell’attività pubblica[16] a favore del mercato.

Le due mentalità
È possibile definire i due orientamenti come mentalità liberista e mentalità statalista[17]. La prima ha ragione nel dire che il liberismo è stato raramente applicato[18], mentre la seconda ha ragione nel dire che organi e agenzie che esercitano funzioni pubbliche – in nome della mentalità avversaria – sono cadute in crisi di legittimità, al punto da rischiare, e in qualche caso subire, un loro smantellamento[19] anche quando sono invece utili.

Le due utopie
Entrambe le mentalità sono però lontane dalla realtà. Molti statalisti sognano un impossibile ritorno alla politica statuale del passato, quasi sempre fallimentare e comunque inadatta alla situazione attuale, laddove si tratta di modificare radicalmente gli strumenti politici (anche, eventualmente, in direzione ‘libertaria’); mentre molti liberisti si ostinano a non vedere come alcuni eccessi di una politica conservatrice, condotta però in nome del liberismo, siano stati altrettanto rovinosi.

Diritto ed economia
Entrambe le posizioni sono dunque insostenibili. L’idea ormai consolidata anche nella scienza economica di un mercato embedded[20] nell’ordinamento giuridico, insieme all’impostazione kelseniana, secondo cui quell’ordinamento giuridico, e non altro, è lo Stato, rivela la natura romantica di entrambe le posizioni, e apre la strada a una nuova prospettiva, compatibile con i principi della modernità: libertà ed eguaglianza degli individui.

Il ruolo della scienza
Per sostituire questo romanticismo, in un contesto pratico, non c’è che la scienza. La scienza economica insegna quale sia il ruolo del mercato, le sue imperfezioni, i suoi fallimenti[21], i suoi limiti. Al modello, fondamentale – e proposto per primo da un socialista non marxiano, Léon Walras – dell’equilibrio economico generale (che mostra condizioni e limiti della ‘mano invisibile’, concetto in sé romantico, provvidenziale[22]) si affiancano le analisi dei monopoli, degli oligopoli, della concorrenza monopolistica, dei monopsoni, degli oligopsoni.

Libertà dei prezzi, libertà delle imprese
Da questo consolidato corpus teorico se ne può trarre l’indicazione pragmatica che i prezzi devono essere il più possibile liberi  di muoversi – nel senso espresso dalla parola inglese smooth o, tecnicamente, frictionless, senza frizioni – liberi anche da ogni pricing power delle imprese[23]; e che occorre la più ampia libertà di accesso ai mercati, per favorire innovazione e concorrenza. Poco si può dire, invece, in astratto sulla libertà delle imprese, che costituisce un progetto politico totalmente diverso, e decisamente conservatore. La libertà, come ideale e progetto politico, è sempre libertà degli individui. In questo senso, libero mercato è davvero un’espressione priva di significato se non altro perché eccessivamente ambigua.

Diritti «eventuali»
Nessuna remora ci può allora essere  alle politiche che puntino a rompere monopoli e oligopoli o, in altro modo, favoriscano e sostengano la concorrenza[24]. La mentalità liberista e la visione demoniaca dello Stato e dell’intervento pubblico argomentano contro ogni iniziativa a favore di un sistema di mercato meno concentrato, nell’illusione che il ‘libero mercato’ porti alla rottura di ogni cartello e l’innovazione alla scomparsa di ogni monopolio. Dimenticando che affidare questi obiettivi – e in generale ogni diritto – al gioco del mercato li rende solo eventuali:  occorre che un competitor abbia davvero risorse e volontà entri davvero in quel settore, fatto che la scienza economica, in alcuni casi, esclude perché irrazionale; oppure che un’innovazione sia davvero tale da spezzare i monopoli. Il sistema attuale di antitrust, che a volte attribuisce a uno stesso organismo l’individuazione della violazione delle regole di concorrenza, l’accertamento della situazione di fatto, l’imputazione giuridica e la sanzione può sicuramente essere migliorato, ma non a rischio di depotenziarlo.

Privatizzazioni e liberalizzazioni
In questo senso politiche come le privatizzazioni senza liberalizzazioni, che trasferiscono monopoli pubblici ad attori privati, spesso con contratti di concessione rescindibili solo in astratto, a volte con clausole che ridimensionano il rischio (i rendimenti garantiti sul capitale oppure, come nelle ferrovie della Gran Bretagna, la possibilità di scaricare sullo Stato gli oneri in caso di sciopero) sono inequivocabilmente conservatrici: puntano a favorire, creando posizioni di rendita, alcuni attori economici – a danno, peraltro, di altri – tagliando radicalmente il nesso tra rischio e profitto che è invece centrale nell’analisi economica.

L’incompatibilità di sanità e mercato
Un’attenta considerazione dei monopoli e oligopoli esistenti, e del peso della proprietà intellettuale[25], inoltre, permetterebbe di affrontare meglio i problemi dei costi crescenti del mercato sanitario, il più anomalo e il più delicato dei settori economici[26] (nel quale per altro non tutti i rischi sono assicurabili), e il meno suscettibile di essere affidato alle forze del ‘libero mercato’.

Il progetto dimenticato di Henry Simons
L’impostazione e la proposta politica, liberista e a tratti anch’essa conservatrice, di Henry Calvert Simons – uno dei fondatori della Scuola di Chicago, autore dell’inevaso Chicago Plan contro le crisi finanziarie – è uno splendido esempio di analisi costruita sui presupposti della libertà dei prezzi (e della libertà eguale degli individui), ed estremamente preoccupata dello strapotere delle corporation così come sono state strutturate dall’ordinamento giuridico. I risultati sono molto radicali, in un senso che oggi verrebbe considerato “di sinistra” (anche se probabilmente spaventerebbero un politico di quell’area), pur non essendolo[27].

Azienda e gerarchia in Ronald Coase
La visione dell’azienda di Ronald Coase – anch’egli un economista liberista – che diventa quasi un fallimento del mercato, al cui interno domina un principio gerarchico, radicalmente diverso da quello dello scambio, deve ancora essere esplorata in tutte le sue conseguenze, anche e soprattutto in un’ottica liberale. Il principio gerarchico, e tutti i problemi generati dal rapporto principal agent, ripropongono anche all’interno dell’impresa molti dei problemi individuati nel settore pubblico come ‘fallimenti dello Stato’: la presenza di obiettivi individuali dei manager e il loro disallineamento con gli obiettivi istituzionali (o del principal), il disallineamento degli incentivi, i conflitti di interesse. In una situazione di monopolio, di oligopolio (o di ‘capitalimo di relazione’) la pressione fornita dalla concorrenza può essere altrettanto debole di quella prevalente in una burocrazia pubblica.

Una globalizzazione fatta male
Una visione disincantata e scientifica della politica di globalizzazione – nella quale, invece dei liberi mercati, vengono diffusi monopoli e oligopoli, per esempi quelli generati dalla proprietà intellettuale – permetterebbe di disegnare meglio i trattati commerciali internazionali, oggi dominati, in nome della mentalità liberista, dagli interessi in gioco e non da valutazioni di efficienza complessiva, nell’illusione – conservatrice – che le due cose siano o tendano a essere coincidenti. L’enorme eccesso di offerta che si è determinato nell’economia globale – offerta di lavoro, per esempio, dopo l’accessione della Cina nella Wto – e i suoi effetti sui prezzi, ora molto bassi con tensioni soprattutto sull’esposizione debitoria di governi e privati, poteva forse essere meglio modulata con un approccio meno politico e allo stesso tempo più pragmatico sul piano economico.

Il mito della autoregolamentazione
L’idea  secondo cui tutelare gli interessi degli operatori economici esistenti crea maggior benessere è infatti un mito conservatore che non regge a un’analisi rigorosa. È, come si dice, pro business piuttosto che pro market (e in quanto tale dovrebbe essere espunta da un liberismo coerente con i propri principi). Sostenere le imprese esistenti può creare barriere all’ingresso per nuovi competitors, più efficienti, e consolidare posizioni di oligopolio e monopolio. Lasciare che le imprese definiscano la regolamentazione del settore su cui agiscono può inoltre portare a casi di manipolazione del sistema, o essere frutto di una cattura del controllore: una proposta di questo tipo non trova alcun sostegno in un’analisi scientifica dei mercati e dello Stato.

Esternalità e global warming
La scienza economica fornisce anche analisi attente anche alle esternalità negative come l’inquinamento – e quindi il global warming – e quelle positive che dominano per esempio nei cluster industriali – che rendono  alcune città più ricche di altre. Proprio questi casi mostrano che non vale automaticamente il principio secondo cui una maggior tassazione o maggiori vincoli pubblici sono il modo migliore per affrontare i problemi. Anche se, va aggiunto che alcuni liberali hanno ammesso[28] e alcuni liberisti temono che il tema del global warming possa essere davvero risolto solo attraverso un maggiore e incisivo intervento pubblico[29].

Il lavoro «abbandonato»
Una corretta – nel senso di scientifica – visione del mercato del lavoro mostra che non basta il prezzo per far incontrare offerta e domanda ma occorre un sistema, pubblico o privato, che favorisca il raggiungimento di questo equilibrio, e politiche che riducano i disallineamenti tra le competenze richieste e quelle offerte. Molto spesso, inoltre, le politiche di liberalizzazioni in tema di lavoro non hanno tenuto conto delle specificità di questo mercato, e non sono state accompagnate da riforme analoghe sui altri mercati (beni, servizi, immobiliare, finanza) tali da liberalizzare anche i prezzi oltre ai salari, in modo da renderli più rispondenti all’effettivo valore sociale di quei beni e quei servizi.  Tener conto del teorema del second best[30], che insegna quanto sia importante la sequenza degli interventi quando si affida un’attività economica totalmente al mercato, oppure se ne riducono i vincoli, eviterebbe molti problemi di sequencing delle politiche, fin troppo frequenti in tutti i casi di liberalizzazione conclamata o implicita[31].

Il nodo della finanza
Un’analisi scientifica del mondo finanziario permette inoltre di distinguere dai problemi reali del settore – a cominciare dall’esistenza di compagnie “troppo grandi per fallire”, spesso incentivate a crescere da un sistema giuridico disfunzionale – da insostenibili valutazioni moralistiche che, in realtà, contestano l’esistenza stessa e la funzione dei mercati finanziari, il cui ruolo è invece importante. Le profonde interrelazioni tra mercati finanziari, politica monetaria, politica fiscale e regolamentazioni, impediscono in ogni caso di condurre analisi valide e rigorose in base alle due mentalità, liberista e statalista.

La retorica della distorsione dei mercati
In tutti questi casi, non è detto che l’intervento diretto dell’amministrazione pubblica, o una maggiore tassazione sia la migliore soluzione. Anzi. Una migliore, più efficiente, regolamentazione – sia pure a livello di ‘costituzione economica’[32] – potrebbe per esempio essere sufficiente. Questo, in un’ottica kelseniana, è però già un intervento dello Stato (ma anche un’innovazione dello Stato): la retorica della distorsione dei mercati da parte dell’intervento pubblico va sostituita da un’analisi più rigorosa di come si costruisce e funziona in quel contesto il sistema dei prezzi e come davvero incide la distorsione di alcuni prezzi.

Il mito (sovranista) dell’onnipotenza della politica
L’onnipotenza della politica è un altro dei miti di ci liberarsi. La politica fiscale e quella monetaria hanno intanto mostrato i loro limiti. La politica monetaria, efficace contro l’inflazione, ha molte più difficoltà nell’innescare una reflazione, un ritorno dell’inflazione a livelli normali; e il suo effetto sulla crescita, attraverso il credito, è limitato. La politica fiscale, che risponde a molti obiettivi diversi (la cattura degli elettori da parte del partito al governo, la gestione di beni e servizi pubblici e ‘di interesse pubblico’, la crescita) ha moltiplicatori bassi[33], inferiori a uno, salvo – in alcuni casi – quando l’economia è in recessione. Le spese pubbliche, quindi,  in genere non si ‘ripagano’ (e ogni intervento va attentamente valutato). Allo stesso tempo, non è possibile argomentare che un intervento pubblico anticiclico è sempre sbagliato, come vorrebbe la mentalità liberista: in caso di recessione, la politica monetaria e quella fiscale, con tutti i loro limiti e in funzione delle circostanze reali, possono avere una funzione importante nella gestione della domanda.

Per un approccio realistico
La proposta che emerge dal rifiuto di un approccio romantico a Stato e mercato è un approccio realistico[34] all’economia e alla politica, in cui fatti e valori, essere e dover essere sono metodologicamente separati[35].  È un approccio che non esclude forme di progettualità anche a lungo periodo, riconosce la realtà delle norme[36], e non ha paura di usare modelli della realtà che siano utili per analizzarli (pur nella consapevolezza dell’uso di tali modelli e dei loro limiti)[37] [38]. Permette inoltre di liberarsi di luoghi comuni e generalizzazioni troppo astratte – si potrà ancora parlare di capitalismo[39] in presenza di una varietà di sistemi economici e di mercati e di problemi profondamente diversi? – utili solo per un discorso moralistico e, in ultima analisi, demagogico. Al tempo stesso, libera il discorso politico – su liberalismo, democrazia, ma anche su visioni più radicali – dal peso di una valutazione astratta e ideologicamente motivata della situazione sociale.

Il ritorno dei conflitti sociali
Una visione realistica, inevitabilmente, deve riconsiderare il tema dei conflitti sociali, sia conclamati, sia latenti come nelle frizioni generate dall’interdipendenza (all’interno di un’azienda per esempio, oppure in un’area economicamente integrata come l’Unione europea). La mentalità liberista, come quella statalista, tende a negare legittimità, e in ultima istanza realtà, ai conflitti ingiustificati alla luce delle virtù del mercato, patologici e quasi da ‘curare’ alla luce del ruolo dello Stato[40]. Il ricco filone di ricerche sulla diseguaglianze, che diventano anche un freno alla crescita[41], rivelano – se viste dinamicamente – l’esistenza di un conflitto sociale non irrilevante – per esempio nella distribuzione dei servizi scolastici – di cui la diseguaglianza è in realtà solo un sintomo. Possono inoltre rivelare un ‘fallimento del mercato’: c’è chi ha sostenuto – e sono valutazioni che vanno riconsiderate – che il meccanismo concorrenziale possa avere il ruolo positivo anche per l’eguaglianza e la giustizia sociale[42].

Contra Carl Schmitt
Ovviamente, in una visione davvero realistica, il conflitto emerge come fatto puramente empirico. L’ineludibilità dei conflitti tra gli uomini – come impone la visione machiavelliana della società e della politica – e, ancora di più l’idea di un nemico che perde anche le caratteristiche umane e che va annientato come costitutiva della politica, come nella teoria di Carl Schmitt[43],  segnano una ricaduta in una visione romantica (protoromantica, se si vuole, nel caso del machiavellismo, ma comunque segnata – nelle sue volgarizzazioni – da una visione demoniaca della società o della natura umana).

La falsa dicotomia tra individualismo e olismo
Un approccio rigorosamente realistico permette anche di avviare un ripensamento della dicotomia metodologica tra individualismo[44] e olismo. Il primo orientamento postula che il tutto sia la somma delle parti, il secondo che sia più (ma anche meno) della somma delle parti[45]. Si tratta però di una semplificazione divulgativa di rigorosi concetti matematici. Il primo postula relazioni lineari, il secondo relazioni non lineari. È evidente che si tratta di modelli diversi da scegliere in base alla loro effettiva capacità analitica e, eventualmente, predittiva e in dipendenza dal fenomeno concreto studiato[46].

Una nuova politica
Liberarsi da una visione romantica e accedere a una realistica della politica significa anche richiedere che il ruolo dei politici non si limiti a quello – in fondo anch’esso conservatore – di composizione e coordinamento degli interessi ma torni ad assumere, anche con un approccio pratico gradualista, un ruolo proattivo di ‘progettazione’. Se l’economista e il politico non possono essere assimilati a un ingegnere sociale, perché in questo modo ricadrebbero in un approccio troppo astratto, nulla vieta loro di sperimentare politiche[47], con un metodo graduale, in modo da poter valutare risultati, costi ed effetti collaterali dei diversi interventi che però, nei loro obiettivi, possono anche essere radicali. È – questo approccio – il correlato pratico della visione empirista-realista dell’analisi dell’economia, dello Stato e della politica.

(modificato il 31 ottobre 2019 per precisare che prezzi “liberi di muoversi” – una metafora, dal momento che solo degli individui si può e si deve parlare di libertà – si riferisce al funzionamento senza frizioni, smooth o frictionless in inglese, del sistema dei prezzi)

________________________

[1]  Su Berneri e lo stato anarchico si vedano i testi in Anarchia e società aperta, a cura di Pietro Adamo, 2001 M&B Publishing, pag. 124, ss.

[2] Benedetto Croce, Filosofia della Pratica, 1996, Bibliopolis, passim

[3] Berneri, op.cit. pag. 46. Per Berneri il controllo della criminalità dovrebbe essere affidato a un corpo di pubblica sicurezza comunale eletto dai quartieri e i criminali dovrebbero essere rinchiusi nei manicomi senza limiti di tempo, ma con verifiche periodiche.

[4] Molte dottrine politiche, a cominciare dal liberalismo e dal socialismo, dovrebbero essere completamente ripensate alla luce del pensiero kelseniano. Un lavoro ancora incompiuto.

[5] Tutto il pensiero di Kelsen si basa su questo presupposto. La versione originale – e secondo alcuni interpreti la più valida – della sua visione può essere trovata in Lineamenti di dottrina pura del diritto, 2000, Einaudi.

[6] Non a caso Kelsen è stato di volta in volta criticato perché statalista – nella sua visione ogni Stato è per forza di cose Stato di diritto – e perché anarchico – perché veniva a cadere ogni visione ‘mitologica’ o ‘ideologica’ o anche sociologica dello Stato. Si veda Kelsen, op.cit., p. 44

[7] È interessante notare che, dopo l’avvento del fascismo, Croce ridusse lo Stato a “un gruppo” di persone, svuotandolo ulteriormente di ogni aspetto romantico. Gia nella Filosofia della Pratica, però, aveva scritto «Lo stato non è entità, ma complesso mobile di svariate relazioni tra individui», op. cit. pag. 324

[8] La natura profonda dell’anarchismo deve ancora trovare un’analisi accurata. Si fonda, per esempio, su un’idea esagerata di libertà, o su un’idea esagerata (radicale) di eguaglianza (peraltro non ingenua: uno dei primi a escludere che l’eguaglianza fosse o dovesse tendere all’uniformità sociale fu Michael Bakunin)?.

[9] Il primo a definire il principio federalista come elemento caratterizzante dell’anarchismo fu il suo fondatore, Pierre-Joseph Proudhon, in Du principe fédératif. Si veda anche AAVV. Les principes du fédéralisme, e AAVV. Fédéralisme politique; fédéralisme libertaire; anarchisme, 2017, Editions Tops/Il Trinquier.

[10] Errico Malatesta – anch’egli non privo di accenti pragmatici – invitava però a distinguere dall’utopia irraggiungibile, l’anarchia, il cammino interminabile verso quell’ideale, l’anarchismo. In concreto, la sua idea di una rivoluzione anarchica successiva a quella socialista era destinata a fallire (ed è fallita). Errico Malatesta, Il buon senso della rivoluzione, 1999, Elèuthera

[11] I libertarians si ricollegano volentieri ai primi anarchici americani, come Benjamin Tucker, Lysander Spooner, Josiah Warren, che si consideravano comunque socialisti e si rifacevano al pensiero di Proudhon. Una parte almeno del movimento libertarian sta però riscoprendo, sia pure in chiave inevitabilmente critica – ma non polemica – il pensiero di molti anarchici europei.

[12] È, in fondo, la stessa obiezione che Croce avanzò a Einaudi nella famosa polemica su liberalismo e liberismo. Le posizione dei due liberali, peraltro, si rivelarono nel tempo più vicine di quanto sembrasse. Si veda Benedetto Croce, Liberismo e liberalismo, ora in Benedetto Croce, La mia filosofia, 1993, Adelphi, pp. 276-281

[13] Anche Berneri, senza abbandonare l’ideale del collettivismo, sembra in alcuni passi aprire al mercato sia pure “all’interno di una precisa logica anticapitalistica” (Berneri, op.cit., p. 68 ss.)

[14] L’inevitabile riferimento è a James Buchanan, Politics without romance, A Sketch of Positive Public Choice Theory and Its Normative Implications, 1979, HIS-Journal, ora in The Collected Works of James M. Buchanan, vol 1,  1999, Liberty Fund.

[15] L’idea ha origini nobili, in Arthur Cecil Pigou, Economia del benessere, 1968, Utet

[16] La valutazione di Ronald Coase, secondo cui l’intervento Stato era già andato oltre i limiti di efficienza in molti campi, è frutto di quel tipo di analisi concreta, empirica – in senso non filosofico – e quindi falsificabile che viene qui proposta.

[17] È preferibile far riferimento alla mentalità perché nozioni come ‘liberismo’ e ‘statalismo’ danno l’idea sbagliata di due correnti di pensiero strutturate e coerenti al loro interno. Meglio una definizione ‘soggettivista’.

[18] Persino delle politiche dei due ‘eroi’ del liberismo, Margareth Thatcher e Ronald Reagan, è possibile negare la natura liberista, una volta che si rinunci all’identificazione tra liberismo e conservatorismo.

[19] Un esempio è Ezra Suleiman, Dismantling democratic states, 2005, Princeton University Press

[20] Embedded è una parola che richiama l’analisi di Karl Polianyi ( The Great Transformation, 1944, tr. it. La grande trasformazione, 2010, Einaudi), ma, tradotto in chiave kelseniana, assume un significato completamente diverso.

[21] Non a caso i fallimenti del mercato sono contestati, spesso sulla base di una concezione eterodossa (in genere ‘austriaca’) dell’economia, dai liberisti puri.

[22] Nell’Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni di Adam Smith (1776), che ha diffuso l’immagine della mano invisibile, l’analisi è in realtà più realista e disincantata  di quanto possa far pensare la retorica che da essa  è scaturita.

[23] Più realisticamente, Walter Eucken, uno dei padri dell’ordoliberalismo, identificava nella concorrenza monopolista il mercato politicamente e pragmaticamente ‘ideale’

[24] Sulle politiche a sostegno della concorrenza, strumento anche per una maggiore crescita economica, si veda – oltre all’ampia letteratura sull’ordoliberalismo – le recenti proposte di Philippe Aghion: P. Aghion, A. Roulet, Repenser l’Etat, 2011, Seuil.

[25] In Michele Boldrin, David K. Levine, Against Intellectual Monopoly, 2010, Cambridge University Press, tr. it. Abolire la proprietà intellettuale, 2021, Laterza si può trovare – oltre a un’ampia critica del monopolio intellettuale – un’attenta analisi di come possa essere complesso disegnare un intervento efficiente per ridurre il peso della proprietà intellettuale in questo settore.

[26] Kenneth Arrow, Uncertainty and the Welfare Economics of Medical Care, 1963 (https://web.stanford.edu/~jay/health_class/Readings/Lecture01/arrow.pdf ), è il punto di partenza di ogni analisi non ideologica – consapevole di limiti a volte insuperabili – del mercato sanitario. Val la pena di ricordare che Arrow –al quale si deve, con Gèrard Debreu, il completamento dell’opera di Walras – con la riproposizione del paradosso di Condorcet (in  Social Choice and Individual Values, 1951, tr. it. Scelte sociali e valori individuali, 20032, Etas), ha fornito il sostegno più solido al liberismo economico e politico.

[27] Henry C. Simons, Economic Policy for a Free Society, 1948, University of Chicago Press.

[28] Tra i più radicali anche i neoclassical liberals, si veda, Jason Brennan, Libertarianism, What Everyone Needs to Know, 2012, Oxford University Press Usa

[29] L’opposizione ‘romantica’ allo Stato, in questo caso, porta molti liberisti a negare le conclusioni a cui è giunta la comunità scientifica in base ad argomentazioni prive di valore (argomento ad hominem, teoria del complotto, ecc.)

[30] Un’analisi sul teorema del second best e sulla sua rilevanza nelle politiche di globalizzazione è in Dani Rodrik, One Economics Many Recipes. Globalization, Institutions and Economic Growth, 2009, Princeton University Press,

[31] Errori nel sequencing degli interventi sono numerosissimi. L’ultimo caso è quello delle politiche di Emmanuel Macron che, iniziando dall’”alto” – imprese, grandi manager – hanno scatenato le proteste dei Gilets Jaunes. Anche il presidente della Bce, Mario Draghi, ha spesso parlato della necessità di una sequenza corretta degli interventi politici, per evitare gli errori in cui Eurolandia è caduta nella gestione della Grande recessione e della successiva crisi fiscale. Un’analisi sugli errori di sequencing nella liberalizzazione del mercato del lavoro italiano può essere trovato in Martin Schlinder, The Italian Labor Market: Recent Trends, Institutions and Reform Options, 2009, Imf Working paper (  https://www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2009/wp0947.pdf ).

[32] Il riferimento è, di nuovo, al filone di studi aperto da James Buchanan.

[33] Per un riassunto, Riccardo Sorrentino, Meno tasse o più spesa? Quali politiche servono più alla crescita, 2019, Il Sole 24 Ore, https://www.ilsole24ore.com/art/meno-tasse-o-piu-spesa-quali-politiche-servono-piu-crescita-ACV6m7i

[34] Il riferimento, in questo caso, è all’approccio del realismo politico, peraltro molto articolato al suo interno. Nessun collegamento, invece, con la proposta di realismo filosofico recentemente avanzata da Maurizio Ferraris (Manifesto del nuovo realismo, 2012, Laterza)

[35] Un approccio avalutativo comporta che le inefficienze siano definite e trattate come costi e costi opportunità.

[36] L’approccio di Kelsen è definito positivista e lo stesso giurista austriaco rivendica un approccio realista.

[37] In un campo di studi diverso come quello delle relazioni internazionali, autori realisti non rifuggono dal creare modelli, per esempio del comportamento degli Stati, anche se spesso non sono del tutto consapevoli del loro metodo. Per esempio il realismo difensivo, e strutturale, di Kenneth Waltz (Theory of International Politics, 1979, Waveland Press, tr. it. Teoria della politica internazionale, 1987, Il Mulino) o il realismo offensivo di John Mearsheimer (The Tragedy of Great Power Politics, 20142, W.W. Norton & Co.) e lo stesso realismo di Hans Morgenthau, (Politics among Nations, 1948, ora 20057, McGraw-Hill Education, tr. it. Politica tra le nazioni. La lotta per il potere e la pace, 1997, Il Mulino). La pretesa di una totale aderenza alla realtà di questi modelli ha portato a volte questi autori a fare un uso ideologico, retorico e non scientifico, del loro approccio.

[38] La scienza economica ha definito la sua metodologia basandosi sul criterio della correttezza delle previsioni. Se previsioni e proiezioni sono importanti per la definizione e la valutazione delle politiche, un approccio realista deve privilegiare invece una certa aderenza con la realtà. Al principio di Milton Friedman («Il ‘realismo assoluto’ è palesemente irrealizzabile e per stabilire se una teoria sia ‘sufficientemente’ realistica non vi è che un modo: osservare se genera previsioni abbastanza esatte (…) o che siano migliori di previsioni generate da teorie alternative», The Methodology of Positive Economy, in Essays in Positive Economics, 1953, University of Chicago Press, tr. it. La metodologia dell’economia positiva, in Metodo, consumo e moneta, 1996, Il Mulino, p.134) è probabilmente preferibile quello di Joan Robinson («Le due domande che ci si deve porre relativamente a un insieme di ipotesi in economia è se sono sufficientemente maneggevoli e se corrispondano al mondo reale», Economics as a serious subject, 1932, W. Heffer & Sons, p.6 citato in Ronald Coase, The Firm, the Market, the Law, 1988, University of Chicago Press, tr. it. Impresa, mercato e diritto, 1995, Il Mulino, p. 41. L’argomento richiede però un’analisi più articolata.

[39] Karl Marx non ha raramente usato la parola capitalismo, preferendo un’analisi più articolata del ‘modo di produzione capitalistico’. Il concetto astratto di capitalismo non è necessario – anzi è fuorviante – per una ‘critica dell’economia politica’; e la stessa impostazione marxiana è poco compatibile con valutazioni moralistiche dell’economia moderna.

[40] In questo senso le analisi di Machiavelli sulla funzione positive del conflitto, se istituzionalizzato, fanno del Segretario fiorentino un vero realista politico, al di là delle sue considerazioni ‘demoniache’ della natura umana. Si veda Machiavelli, Discorso sulla prima deca di Tito Livio.

[41] Le analisi sono ormai numerose. I lavori dell’Ocse ( in oecd.org/social/equality.htm ) e del Fondo monetario internazionale ( imf.org/external/np/fad/inequality/ )si contraddistinguono per ricchezza e adesione alla realtà dei fatti.

[42] Importante, in questo senso, è il pensiero dell’ordoliberista Walter Eucken (si veda Patricia Commun, Les Ordolibéraux. Histoire d’un libéralisme à l’allemande, 2016, Les Belles Lettres, p. 122). Alcuni economisti italiani (Alberto Alesina, Francesco Giavazzi, Il liberismo è di sinistra, 2007, Il Saggiatore; Pietro Reichlin, Aldo Rustichini, Pensare la sinistra. Tra equità e libertà, 2012, Laterza) hanno proposto il liberismo come orientamento politico compatibile con una visione di sinistra. La stretta connessione tra conservatorismo e liberismo (Thatcher, Reagan, sul piano politico; Milton Friedman, Friedrich Hayek e altri su quello intellettuale) ha reso però il tentativo molto difficile. Un approccio realista, avalutativo, potrebbe essere più adatto.

[43] Carl Schmitt, Le categorie del politico, 1972, Il Mulino

[44] È interessante notare che nella teoria microeconomica dell’equilibrio economico generale, le relazioni non sono necessariamente lineari (quindi il sistema è, per così dire, olistico) mentre le teorie macroeconomiche tendono a essere essenzialmente lineari.Cosa diversa è, invece, l’individualismo ontologico. Molti aderenti all’individualismo metodologico sono in realtà individualisti ontologici.

[45] In questo caso il “tutto” emerge dalle singole relazioni. Il rapporto filosofico tra la totalità e le sue parti, a volte molto fumoso, segna in alcuni casi – di nuovo – una ricaduta in una forma di romanticismo.

[46] È interessante notare che nella teoria microeconomica dell’equilibrio economico generale, le relazioni non sono necessariamente lineari (quindi il sistema è, per così dire, olistico) mentre le teorie macroeconomiche tendono a essere essenzialmente lineari.

[47] Il riferimento è a Esther Duflo, The Economist as a Plumber, 2017, MIT Department of Economics Working Paper No. 17-03.