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Repubbliche presidenziali: meno democratiche, meno libere, più povere

È tornata. La destra italiana, guidata questa volta dalla Lega, ha riproposto il tema della repubblica presidenziale. Argomento scottante, in questa fase politica in cui si tende – in modo un po’ surrettizio – a introdurre anche in Italia una forma di democrazia plebiscitaria e illiberale.

Padri nobili ed esempi ambigui

Il sistema politico presidenziale, in sé, ha padri nobili – in Italia per esempio Piero Calamandrei – ma è anche legata a molti regimi ambigui, sul piano della democrazia. Gli Stati Uniti d’America sono l’esempio classico, ma in quel sistema la struttura fortemente federale, da una parte, e gli enormi poteri di cui gode il Congresso (Senato e Camera dei rappresentanti) ne fanno un caso molto particolare: si potrebbe addirittura descriverlo come un regime parlamentare. Ancora diverso è il caso della Francia, che è tecnicamente un sistema semipresidenziale, con un presidente eletto dal popolo e un presidente del consiglio espresso dal Parlamento bicamerale. La coabitazione tra un capo dello Stato di orientamento politico diverso dal capo del governo è stato un evento relativamente frequente. Presidenziale è però anche la Turchia di Erdogan, così come molti dei regimi sudamericani, non propriamente esempi di successo.Tutti gli articoli

Un rischio per la democrazia

democracy-index
La domanda, a questo punto, è quanto siano – nella realtà attuale – democratici i sistemi presidenziali e semipresidenziali rispetto a quelli parlamentari, siano esse monarchie costituzionali o repubbliche (in un successivo post è stato esaminato anche il rapporto tra sistemi costituzionali e libertà economiche). Il Democracy index dell’Economist Intelligence Unit (Eiu) permette di fare un confronto preciso. Dal grafico emerge che i sistemi parlamentari hanno indici più elevati (nel grafico espandibile, la “scatola” o box plot,  racchiude i casi compresi tra il primo e il terzo quartile, segnalando anche la mediana – tutti indicatori sui quali i casi estremi ‘pesano’ poco – mentre appaiono i nomi solo dei paesi “migliori”, con un indice di democrazia superiore a 7,5): la loro media è pari a 7,1, contro un 4,9 per i regimi presidenziali e un 5,4 per i regimi semipresidenziali.

Più in particolare, tra gli 87 Paesi con un indice inferiore a 6,8, 23 hanno regimi parlamentari (circa un quarto); tra i 48 paesi con un indice superiore a quella soglia 16 hanno regimi presidenziali o semipresidenziali (circa un terzo).

Secondo la Eiu, al di sopra di quota 8 si collocano le democrazie piene, e tra 7 e 8 le democrazie imperfette. Al di sotto i regimi sono ibridi o, sotto quota 4, decisamente autoritari.

Libertà compresse

liberta-civili
Può essere interessante, scendendo nel dettaglio del Democracy index, valutare anche il solo tema delle Libertà civili. Anche in questo caso è abbastanza evidente che il sistema parlamentare dà risultati migliori, con una media di 7,6, superiore a quella dei regimi presidenziali (5,1) e semipresidenziali (6).

Sistema politico ed economia

L’obiezione è immediata: l’indice della Eiu e un indice per così dire “qualitativo” e potrebbe nascondere una preferenza per i regimi parlamentari (anche se poi occorrerebbe spiegare perché alcuni sistemi presidenziali o semipresidenziali comunque raggiungono punteggi elevati, come il 7,96 degli Usa, o il 7,8 della Francia). Un dato più oggettivo è allora il pil pro capite. Il nesso tra sistema politico e andamento economico può essere dato dal fatto che i sistemi meno democratici e con meno libertà civili sono più “costosi” sia nel senso che l’apparato repressivo è più ampio, sia nel senso che manca quello spirito di innovazione che ha immediati riflessi anche sull’economia, e non solo sulla cultura e sulla società.

Prosperità sotto scacco

pil
Anche in questo caso, i risultati sono evidenti. I sistemi parlamentari rendono più facile raggiungere la prosperità: il pil pro capite (a parità di potere d’acquisto) medio – valutato nel 2018 sulla base dei dati del Fondo monetario internazionale – è pari a 32.254 dollari internazionali (il valore italiano è di 39.637 dollari), contro gli 11.527 dollari dei sistemi presidenziali e i 14.213 dollari dei sistemi semipresidenziali. È evidente dal grafico –quale vengono riportati i nomi dei paesi con un pil pro capite superiore a 30mila dollari – come gli Stati Uniti e la Francia, nelle rispettive categorie, siano casi estremi, degli outlier.

Più in particolare, tra i 95 paesi con un pil pro capite inferiore ai 26mila dollari, solo 23 – un quarto circa – sono repubbliche presidenziali, mentre tra i 40 paesi con un pil pro capite superiore a quella soglia, solo 10 – un quarto – sono presidenziali o semi presidenziali.

UN’APPENDICE “STATISTICA”

Nel tentativo di andare ora la mera analisi esplorativa, basata sui grafici, occorre vedere se i tre sistemi appartengono davvero a tre diversi gruppi – con diverse distribuzioni – oppure se le differenze visibili nella data visualisation sono illusorie. (Tecnicamente: occorre valutare se la differenza delle medie delle distribuzioni delle due popolazioni sia davvero diversa da zero. Se fosse uguale a zero i due gruppi, campioni,  sotto esame farebbero parte della stessa distribuzione).

Si può procedere attraverso un t-test, procedendo a coppie. (L’analisi è stata effettuata usando il linguaggio di programmazione R. Si è ipotizzata una diversa varianza tra le due popolazioni).

Se si valutano insieme, in base al pil pro capite, i sistemi parlamentari e quelli presidenziali, il risultato è che si tratta di due gruppi diversi[1].

Se si valutano insieme, in base al pil pro capite, i sistemi parlamentari e quelli semipresidenziali, il risultato è che si tratta di due gruppi diversi[2].

Se si valutano insieme, in base al pil pro capite, i sistemi presidenziali e quelli semipresidenziali, il risultato è che si tratta dello stesso gruppo: non c’è una reale differenza tra i due sistemi[3].

Usando un test non parametrico[4], i risultati non cambiano.

Se si valutano insieme, in base all’indice di democrazia, i sistemi parlamentari e quelli presidenziali, il risultato è che si tratta di due gruppi diversi[5].

Se si valutano insieme in base all’indice di democrazia i sistemi parlamentari e i sistemi semipresidenziali, il risultato è che si tratta di due gruppi diversi[6].

Se si valutano insieme, in base all’indice di democrazia i sistemi presidenziali e i sistemi semipresidenziali, il risultato è che si tratta – con qualche incertezza in più – dello stesso gruppo[7].

Anche in questo caso test non parametrici portano alla stessa conclusione.

Non diverso è il confronto in base agli indici sulle libertà civili, nel quale l’incertezza sull’appartenenza allo stesso gruppo di sistemi presidenziali e semipresidenziali aumenta. La differenza tra i due sistemi con presidente eletto dal popolo, insomma, potrebbe essere rilevante, in questo contesto, per esempio a causa della presenza di un governo almeno in parte indipendente: una conclusione non banale.

I due principali grafici, una volta accorpati i sistemi presidenziali e semipresidenziali, si trasformano così.

democracyindex2

pil2

Il semplice fatto che le repubbliche ‘presidenziali’ – in senso lato – con un pil pro capite maggiore appartengano al mondo Occidentale suggerisce (ma l’osservazione è banale) che il sistema costituzionale non è il solo fattore esplicativo.

A questo punto è possibile definire una relazione tra indice di democrazia e pil pro capite nei due diversi gruppi?

Tra i sistemi parlamentari[8], l’aumento di un punto dell’indice di democrazia si accompagna a un aumento di 10250 dollari di pil pro capite[9]. La relazione è forte, statisticamente rilevante con residui normalmente distribuiti.

regrparl

Per i sistemi presidenziali[10], invece, una crescita dell’indice di democrazia dell’un per cento si lega a una crescita del pil pro capite dello 0,90%. In questo caso, però, la relazione ha un valore limitato: l’indice di democrazia ‘spiega’ molto poco. Altri fattori, evidentemente – e non è una sorpresa – sono più importanti[11].

regpres

L’ipotesi che se ne può trarre è che nei sistemi parlamentari democrazia e ricchezza vanno davvero pari passo, mentre in quelli presidenziali il nesso è meno solido: si cambia, per così dire, regime anche sul piano economico. Un maggior equilibrio tra i poteri – rinvenibile anche negli Stati Uniti e nella Francia – potrebbe creare un ambiente più favorevole alla crescita.

È anche possibile mostrare, sulla base di un modello probit, quale probabilità si abbia di avere un regime parlamentare in relazione all’andamento del pil pro capite[12], del Democracy Index[13] e di entrambi[14].

Un pil pro capite superiore a 30mila dollari internazionali porta al di sopra del 50% la probabilità che si stia parlando di un regime parlamentare; a 45mila dollari, la probabilità sale al 75%.

probpil

Per ottenere una probabilità superiore al 50% occorre invece un Democracy Index superiore a 7:

probindex

Bassi livelli di Democracy Index “pesano” molto, sulla probabilità che si tratti di un regime parlamentare, anche in presenza di pil pro capite elevati. Un indice di democrazia uguale a 9 o 10 si associa invece a una probabilità superiore al 50% qualunque sia il livello di pil pro capite.

probboth

Un’ultima operazione può essere compiuta chiedendo al computer, attraverso un algoritmo[15], di dividere i paesi in due gruppi sulla base del pil pro capite e del Democracy index e di confrontare i risultati con i due gruppi già definiti (sistemi parlamentari e sistemi presidenziali). Su 135 paesi, le collocazioni “divergenti” sono 34, il 25%. Non poche, ma neanche moltissime.

Il computer considera più vicine al blocco dei sistemi parlamentari alcune repubbliche presidenziali come Francia,  Lituania,  Polonia,  Portogallo,  Romania, Botswana, Argentina, Cile, Costa Rica, Cipro, Panama, Stati Uniti e Uruguay: i sei ricchi tra i sistemi presidenziali più alcuni che godono di una certa prosperità e un sufficiente grado di democrazia. Più nutrito – e formato sostanzialmente da paesi emergenti e alcuni balcanici – i regimi parlamentari considerati dall’algoritmo più vicino al gruppo (residuo) delle repubbliche presidenziali.

Nei due gruppi così formati, la correlazione tra pil e indice di democrazia individuato tra i due sistemi diversi – e molto forte per i sistemi parlamentari – si perde però quasi completamente. Come se l’analisi ‘concettuale’ “ne sapesse di più”, di un utile ma limitato algoritmo.

(modificato il 6/11/2019 per escludere da grafici e medie la Svizzera, sistema sui generis, impropriamente catalogato tra le democrazie parlamentari – HT Massimiliano Vatiero)

(integrato il 10/11/2019 per aggiungere un’analisi statistica preliminare, allo scopo di mostrare la solidità della relazione ipotizzata tra sistemi costituzionali, livelli di democrazia e pil pro capite)

(integrato il 17/11/2019 per aggiungere la frequenza dei regimi parlamentari al di sopra e al di sotto di una certa soglia di Democracy index e pil pro capite, individuata statisticamente)

(integrato il 19/11/2019 per aggiungere i risultati dell’applicazione di un probit model)

[1] Welch Two Sample t-test

t = 5.7116, df = 76.562, p-value = 1.016e-07
alternative hypothesis: true difference in means is greater than 0
99 percent confidence interval:
12104.58 Inf
sample estimates:
mean of x mean of y
32254.65 11527.46

[2] Welch Two Sample t-test

t = 4.4998, df = 78.981, p-value = 1.156e-05
alternative hypothesis: true difference in means is greater than 0
99 percent confidence interval:
8521.254 Inf
sample estimates:
mean of x mean of y
32254.65 14213.00
[3] Welch Two Sample t-test

t = -0.9549, df = 50.335, p-value = 0.1721
alternative hypothesis: true difference in means is less than 0
95 percent confidence interval:
-Inf 2027.149
sample estimates:
mean of x mean of y
11527.46 14213.00

[4] Il Wilcoxon rank sum test, in realtà più adatto per dati ordinali.

[5] Welch Two Sample t-test

t = 6.2469, df = 102.98, p-value = 4.768e-09
alternative hypothesis: true difference in means is greater than 0
99 percent confidence interval:
1.367774 Inf
sample estimates:
mean of x mean of y
7.073333 4.873333

[6] Welch Two Sample t-test

t = 3.9283, df = 48.731, p-value = 0.0001347
alternative hypothesis: true difference in means is greater than 0
99 percent confidence interval:
0.6297779 Inf
sample estimates:
mean of x mean of y
7.073333 5.448889

[7] Welch Two Sample t-test

t = -1.3127, df = 56.876, p-value = 0.09728
alternative hypothesis: true difference in means is less than 0
99 percent confidence interval:
-Inf 0.473972
sample estimates:
mean of x mean of y
4.873333 5.448889

[8] Dal campione sono stati eliminati due outliers, Singapore e Lussemburgo, con alto pro capite a livelli ‘estremi’ e un indice di democrazia, nel caso asiatico, basso.

[9]Residuals:
Min         1Q        Median 3Q        Max
-23451.0 -5216.6 980.7  5160.4 27779.5

Coefficients:

Estimate   Std. Error   t value  Pr(>|t|)

(Intercept) -42784.3 5972.2          -7.164   3.33e-09 ***

indice          10250.3     824.2         12.437   < 2e-16 ***

Signif. codes: 0 ‘***’ 0.001 ‘**’ 0.01 ‘*’ 0.05 ‘.’ 0.1 ‘ ’ 1

Residual standard error: 9875 on 50 degrees of freedom
Multiple R-squared: 0.7557, Adjusted R-squared: 0.7508
F-statistic: 154.7 on 1 and 50 DF, p-value: < 2.2e-16

[10] Anche in questo caso sono stati eliminati dal campione i due outliers, Stati Uniti e Francia. Inoltre è stata usata una regressione logaritmica per ottenere una relazione lineare ‘valida’.

[11]Residuals:
Min         1Q            Median   3Q          Max
-1.94976 -0.77369 0.06447 0.72661 1.94471

Coefficients:

Estimate    Std. Error t value  Pr(>|t|)
(Intercept) 7.4940      0.3966       18.897  < 2e-16 ***
log(indice) 0.9072      0.2503       3.624    0.000518 ***

Signif. codes: 0 ‘***’ 0.001 ‘**’ 0.01 ‘*’ 0.05 ‘.’ 0.1 ‘ ’ 1

Residual standard error: 0.9928 on 77 degrees of freedom
Multiple R-squared: 0.1457, Adjusted R-squared: 0.1346
F-statistic: 13.13 on 1 and 77 DF, p-value: 0.000518

[12] Deviance Residuals:
Min 1Q Median 3Q Max
-2.2933 -0.8455 -0.5993 0.8573 1.8902

Coefficients:
Estimate Std. Error z value Pr(>|z|)
(Intercept) -1.058e+00 1.885e-01 -5.612 2.00e-08 ***
pil 4.022e-05 7.740e-06 5.196 2.03e-07 ***

Signif. codes: 0 ‘***’ 0.001 ‘**’ 0.01 ‘*’ 0.05 ‘.’ 0.1 ‘ ’ 1

(Dispersion parameter for binomial family taken to be 1)

Null deviance: 181.71 on 134 degrees of freedom
Residual deviance: 145.52 on 133 degrees of freedom
AIC: 149.52

Number of Fisher Scoring iterations: 4

[13]Deviance Residuals:
Min 1Q Median 3Q Max
-1.6046 -0.9263 -0.4041 0.9346 2.1320

Coefficients:
Estimate Std. Error z value Pr(>|z|)
(Intercept) -2.50270 0.44617 -5.609 2.03e-08 ***
indice 0.36963 0.06861 5.388 7.14e-08 ***

Signif. codes: 0 ‘***’ 0.001 ‘**’ 0.01 ‘*’ 0.05 ‘.’ 0.1 ‘ ’ 1

(Dispersion parameter for binomial family taken to be 1)

Null deviance: 181.71 on 134 degrees of freedom
Residual deviance: 146.57 on 133 degrees of freedom
AIC: 150.57

Number of Fisher Scoring iterations: 5

[14]Deviance Residuals:
Min 1Q Median 3Q Max
-2.0756 -0.7975 -0.4812 0.8176 2.1217

Coefficients:
Estimate Std. Error z value Pr(>|z|)
(Intercept) -2.020e+00 4.426e-01 -4.563 5.04e-06 ***
indice 2.122e-01 8.533e-02 2.487 0.0129 *
pil 2.437e-05 9.640e-06 2.527 0.0115 *

Signif. codes: 0 ‘***’ 0.001 ‘**’ 0.01 ‘*’ 0.05 ‘.’ 0.1 ‘ ’ 1

(Dispersion parameter for binomial family taken to be 1)

Null deviance: 181.71 on 134 degrees of freedom
Residual deviance: 139.31 on 132 degrees of freedom
AIC: 145.31

Number of Fisher Scoring iterations: 5

[15] Il k-means clustering