Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

La sfida di Briatore e l’incompatibilità tra liberalismo e conservatorismo

Sostengo da tempo che un liberale non può essere conservatore, per molti motivi (dovrei raccoglierli, e riordinarli) e che l’alleanza puramente tattica tra le due componenti politiche, per quanto storicamente determinata dalla comune avversione al socialismo, è stato un errore che il solo liberalismo ha pagato.
Il discorso è lungo e complesso ma “mi” è venuto in soccorso – almeno per quanto riguarda il versante economico – l’imprenditore Flavio Briatore, secondo il quale: “Il povero mangia se c’è il ricco che lo fa mangiare. Lavora se c’è l’imprenditore che investe”. Il quotidiano Libero lancia la sfida: provate a smentirlo.
Questa è la visione conservatrice. Esiste una gerarchia fissa tra le classi sociali (un ceto, un gruppo…): in economia è formata dagli imprenditori (e, bisognerebbe aggiungere, dai banchieri). Senza gli investimenti non si creano posti di lavoro, quindi il sistema economico è “nelle mani” dei capitalisti. I marxisti, nel loro conservatorismo rovesciato, sono in fondo d’accordo ma pensano – pensavano… – che presto i ruoli si rovesceranno: i lavoratori – non solo gli operai, il Marx “analista dell’economia” era più sofisticato – diventeranno la classe trainante e il mondo dovrà cambiare di conseguenza. La visione conservatrice ha una conseguenza politica importante: sostenete le classi al vertice della gerarchia sociale e tutti vivranno meglio. L’idea della trickle-down economy, lo sgocciolamento di ricchezza e benessere dall’alto verso il basso, ne è un corollario.
Per molti quella di Briatore è anche la visione liberale, ma non è così. Il liberalismo – quando analizza l’economia, almeno – si basa innanzitutto sulla divisione del lavoro e sull’interdipendenza che essa crea tra i liberi individui: ognuno ha un suo ruolo, fondamentale. Non solo: l’analisi economica mostra che  investire non basta, ma occorre innovare. Nel balzo che il mondo ha compiuto per la prima volta tra 700 e 800 il ruolo degli investimenti (e, di conseguenza, dei posti di lavoro) è piccolo: ancora oggi oltre l’80% della crescita è spiegata dalla sola innovazione.
Quindi – si potrebbe argomentare – occorrono imprenditori intraprendenti e banchieri intelligenti, come voleva Joseph Schumpeter, no? No, per niente. Per innovare tutti devono saper innovare: imprenditori, banchieri, scienziati, ingegneri, operai e soprattutto (non dimentichiamo von Mises e la centralità, anzi la sovranità che affida loro) consumatori.
La Tesla non avrebbe avuto alcun successo se non ci fossero stati anche consumatori che, per il desiderio di avere un’auto elettrica, non avessero accettato qualche sacrificio per caricare la propria auto in assenza di colonnine (mai visti i fili elettrici che scendevano dagli appartamenti ai cortili?) Elon Musk non sarebbe mai riuscito a costruire le sue auto elettriche se non avesse trovato ingegneri e operai capaci di affrontare con spirito innovativo le nuove sfide, lasciando i “vecchi” posti di lavoro e lanciarsi in nuove avventure. Il computer non sarebbe mai nato in Italia, malgrado l’Olivetti ci fosse andata molto vicino, perché mancava il terreno fertile per un’innovazione così importante. Ancora oggi l’Italia è indietro nell’uso dei computer. L’innovazione insomma non riguarda solo l’idea, che l’imprenditore finanzia, ma tutte le fasi di progettazione, di fabbricazione, di vendita e di acquisto.
Racconta molto bene tutto questo – ma gli esempi sono miei – il Nobel Edmund Phelps, in un libro non a caso intitolato Mass flourishing, qualcosa come “fioritura di massa”. Sottotitolo: “Come l’innovazione dal basso (grassroot nell’originale) ha creato posti di lavoro, sfide e cambiamento”. Un testo che non tratta bene l’Italia, che ha inventato, e mai abbandonato, un modello di economia opposto a tutto questo: il corporativismo, che il fascismo ha introdotto.
Qui si possono individuare le differenze fondamentali, in economia, tra il liberalismo e il conservatorismo. Il secondo sposa un ideale elitario, il primo un ideale di libertà nella interdipendenza, per tutti. Ora che la destra, sempre più chiaramente, si schiera contro il liberalismo, questa distanza potrebbe diventare ancora più evidente.