Perché occorre «liberare» il liberalismo

È l’ora del liberalismo. Purché esca dalla gabbia in cui si è rinchiuso.

Il panorama politico sta cambiando rapidamente. A destra, il vecchio conservatorismo sta mostrando il suo vero volto, assai poco moderato: quello di un sovranismo a tinte populiste, decisamente illiberale, anche se sopravvive, a stento, al suo interno qualche voce dai toni liberali. A sinistra la socialdemocrazia è diventata una confusa proposta in cui si mescolano elementi di solidarismo di matrice cristiana o vagamente socialista e di liberalismo sociale, spesso condito da un populismo difficilmente distinguibile da quello di destra. Ovunque, soprattutto in Italia, domina un approccio corporativo, di chiarissima ascendenza fascista, anche se ammorbidito dall’incontro con le costituzioni liberaldemocratiche.

L’elemento comune del discorso politico odierno – al di là di pochi “sopravvissuti” – è però il rifiuto del liberalismo, a volte definito neoliberalismo, etichetta nella quale si mescolano in genere approcci molto diversi tra loro (per esempio il libertarianism statunitense, il conservatorismo liberale di Hayek e Friedman, e l’economia sociale di mercato). Di fronte a questo riemergere delle pulsioni illiberali e antiliberali, però sorge l’esigenza di tornare a pensare la libertà politica. Senza fare tabula rasa, perché “liberalismo” indica una corrente culturale ampia, ricca, varia, in continua crescita, perfettamente in grado di proporre soluzioni adeguate ai problemi attuali del mondo.

Non si può in realtà immaginare – la vischiosità del consenso politico sembra molto forte – che si possa passare a una competizione tra liberalismo e conservatorismo (o sovranismo), come accadeva in Gran Bretagna tra la fine dell’800 e l’inizio del 900, ma è chiaro che riproporre una visione liberale (e democratica) della politica può essere in questa fase decisivo.

Il liberalismo ha alle spalle una cultura importante, vastissima. Recenti storie, pubblicate in genere all’estero, testimoniano – in modo ancora frammentario – la grande ricchezza di questa cultura. Liberalism di Edmund Fawcett, The Lost History of Liberalism di Helena Rosenblatt (tradotta dalle Edizioni Dedalo), equ’est ce que le libéralisme di Catherine Audard, Histoire du Libéralisme en Europe curata da Philippe Nemo e Jean Petitot (tradotta da Rubbettino), Néo-Libéralisme(s) di Serge Audier danno ciascuno un quadro incompleto, ma ampio, della ricchezza di questa corrente culturale politica. (Nessuna storia italiana – a parte quella classica di Guido de Ruggiero del 1925 – ha un’ampiezza comparabile).

Filosofi e scienziati della politica, economisti, decisori in prima linea: sono molte le possibili fonti di ispirazione per il liberalismo di domani. Come sono tante le opzioni: liberisti e non (o meglio: meno) liberisti, democratici e scettici di ogni forma di potere (anche democratico) sono solo alcune delle grandi divisioni all’interno di un mondo unitario. Quelli che sono stati definiti degli “ircocervi”, il socialismo liberale – l’ircocervo originario, nella definizione di Benedetto Croce, che pure trova i suoi primi esponenti a metà dell’800 – e il conservatorismo liberale sono le controprove della ricchezza di questa proposta politica, che in sé non può essere né conservatrice né socialista, ma consente la libertà – e non potrebbe essere che libera, la cultura liberale – di tentare commistioni di vario genere. Fino a che, ovviamente, non si esce dal percorso liberale.

Liberali sono alcuni dei grandi nomi della cultura mondiale. Si pensi, facendo astrazione dai grandi classici,  ai precursori: Locke, Montesquieu, Hume, Smith, Ferguson, gli illuministi in genere, e ovviamente Kant e per qualcuno, come Guido de Ruggiero, persino Hegel (ma si può risalire nel tempo, fino a Paolo di Tarso, e a Polibio). Oppure ai grandi filosofi che a essa si richiamarono: Benedetto Croce, Ernst Cassirer, John Dewey, Karl Popper, John Rawls. Ai possibili compagni di strada, se si ha voglia di allargare lo sguardo: Bertrand Russell, George Orwell, John Maynard Keynes, il primo Jean-Paul Sartre (eh, sì), Albert Camus, Hannah Arendt e molti “repubblicani”.

Ancora più linteressante è la lista dei liberali da riscoprire: Charles Renouvier, neokantiano antelitteram, “ponte” con il repubblicanesimo progressista francese, Frank Knight e Henry Simons, i fondatori della prima scuola di Chicago, che si chiedevano quale fosse il laisser faire più adeguato a una società complessa. Walter Eucken, il fondatore dell’ordoliberalismo, neokantiano amico e discepolo di Edmund Husserl il cui pensiero – di grande spessore, tale da costituire un’alternativa molto interessante alle ambiguità di Friedrich Hayek – è un po’ annegato nella rivalutazione complessiva dell’economia sociale di mercato; Wilhelm von Humboldt e il suo liberalismo come bildung, formazione, lo stesso Immanuel Kant, che nasconde la sua idea politica nel cuore della Critica della Ragion Pura i tanti italiani…

Appena oltre i suoi confini, si aprono altri mondi con cui entrare in proficuo contatto (anche in termini polemici, purché corretti): il pensiero di Karl Marx – ma non il marxismo – con la sua idea di creare spazio alla libertà individuale attraverso il socialismo; l’anarchismo, questa idea esagerata della libertà e dell’eguaglianza che ha molti punti di contatto con la cultura liberale; il complesso movimento, diffuso soprattutto nell’area angloamericana, dei socialisti di libero mercato, Joshua Warren, Benjamin Tucker, Henry George, già oggetto di ampie analisi da parte dei libertarians americani che a essi si richiamano.

Anche la tradizione italiana, molto svalutata dagli italiani stessi che pochi sforzi hanno fatto di portarla all’estero, è molto varia e ricca: partendo da Leopardi a Manzoni, si arriva al grande dialogo – che non fu una polemica, né una gara con un vincitore e un vinto – tra Benedetto Croce e Luigi Einaudi sul liberalismo e liberismo, punto nevralgico di tutta la storia del liberalismo e poi si prosegue con il liberalismo della Repubblica. Se il Partito liberale, nato come “non-partito”, metapolitico, molto aperto, secondo l’ispirazione di Croce si è presto chiuso su posizioni molto conservatrici, esponenti liberali hanno animato la vita di due partiti radicali, del partito d’Azione – spesso la polemica contro gli azionisti è una polemica contro i liberali – del Partito repubblicano, di una parte almeno della Democrazia italiana e persino degli indipendenti di sinistra: fu un’intuizione di Palmiro Togliatti, che voleva costruire un’egemonia socialista, in senso lato, in italia, quella di avvicinare al Pci e coinvolgere anche la parte più aperta del liberalismo. Luigi Sturzo, per finire, ha proposto un liberalismo popolare, e cattolico, tutto da riscoprire.

È un mondo estremamente vario che si raccoglie attorno a quattro principi, messi chiaramente in evidenza da Fawcett.

La prima è l’idea che la società è conflittuale, e non c’è un’armonia da conquistare in una società futura o da ripristinare tornando alla tradizione: qal di là e oltre la concorrenza economica, ogni individuo è libero di sperimentare il proprio stile di vita, ma l’esigenza di fermare la propria libertà là dove inizia la libertà altrui è sicuramente fonte di frizioni e conflitti a bassa intensita

La seconda è una sana diffidenza per il potere, qualunque sia la sua fonte, e per questo motivo il liberalismo preferisce la divisione del potere, il pluralismo, il mercato e la concorrenza.

La terza è il gusto per l’innovazione (un tempo si sarebbe detto: per il progresso), che anima la libertà individuale e crea prosperità anche economica: gli uomini e le donne, lentamente, migliorano le proprie condizioni di vita provando strade nuove.

La quarta l’eguale dignità di ciascuno: il grande dono dell’Umanesimo italiano (con Pico della Mirandola) al mondo.

È una cultura individualista, ma il suo individualismo è sociale, non è egoista, non ha mai dimenticato – salvo qualche dottrinario – che il principio di fondo è «prosperità per tutti» (Wohlstand für alle, come voleva Ludwig Erhard) e non solo da un punto di vista economico.

C’è un mondo da scoprire e riscoprire, quindi. Prima, però, occorre liberarlo.

Sul liberalismo pesa infatti una pesante ipoteca. Quella della confusione e dell’integrazione tra le posizioni conservatrici e le posizioni liberali. In Italia, dopo la svolta a destra del Pli e la decisione di Silvio Berlusconi di rivestire di una vernice liberale molto tenue il suo partito e la sua confusa cultura politica, questa appropriazione è molto forte da contrastare.

Il punto non è il fatto che alcuni liberali facciano, nella vita quotidiana, scelte politiche che coincidano con quelle dei conservatori; e neanche che si tentino compromessi tra le due opzioni. È sempre accaduto e sempre accadrà (come con il socialismo, qualsiasi cosa esso diventi). Il sano scetticismo per il potere si allarga, evidentemente, anche al potere popolare. Più che nella sovranità popolare, un liberale pensa al popolo come fonte del potere (fountain of power) che va esercitato in modo da non intaccare la libertà dell’individuo, l’autonomia delle sfere in cui esso opera, i diritti delle minoranze. È una tensione, tutta interna alla cultura liberaldemocratica, di cui il liberalismo non si libererà mai (e rafforza l’idea che il liberalismo ha una concezione conflittuale del mondo).

La crisi nasce con il fusionismo, il tentativo, iniziato dal filosofo politico Frank Meyer, di integrare liberalismo e conservatorismo, farne un tutto unico, allontanando dal mondo liberale tutto ciò che con il conservatorismo – che vede nella tradizione, e in particolare in una gerarchia sociale tradizionale, una fonte di armonia sociale – non era strettamente compatibile. Ne è nato un liberalismo asfittico, dottrinale, animato da un’ansia di distinguere tra liberali veri e liberali falsi, di ortodossi ed eretici degna – per metodi, per fortuna solo culturali e non politici, e risultati – del miglior (o peggior) Suslov. Il ricchissimo liberalismo italiano è uscito a pezzi da questa ventata di ansiosa caccia alle streghe.

È stato un progetto che è stato alimentato da una lettura molto parziale di Friedrich Hayek – il riassunto del Reader’s Digest del suo libro La strada verso la schiavitù, che ometteva tutte le sue preoccupazioni di carattere sociale – il quale si è però volentieri prestato. Di fatto Hayek – il cui contributo alla cultura della libertà va in ogni caso analizzato con attenzione è rispetto – è uscito dal liberalismo: dalle iniziali posizioni ambigue ha poi giustificato la dittatura di Augusto Pinochet. Una fonte inesauribile è presto diventata la posizione intransigente di Ludwig von Mises, la cui opera però appare più liberale di quella di tanti suoi interpreti. Decisiva è stata infine l’opera di proselitismo di Milton Friedman, e più in generale dalla propaganda di alcuni think thank, spesso finanziati da gruppi e imprese non certo disinteressate.

L’esito di questa campagna è stato molto diverso, peraltro, tra Stati Uniti ed Europa. La tradizione, negli Usa, trae origine – come ha sottolineato l’economista liberale James Buchanan, più “aperto” di quanto in genere si pensi – dalla Dichiarazione di indipendenza, e dall’idea che «gli uomini sono stati creati uguali». In Europa, il conservatorismo non ha mai accettato la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, da cui nasce attraverso Benjamin Constant il liberalismo, e ha continuato a ripetere sull’eguaglianza banalità prive di conseguenze politiche cogenti. «Queste differenze di capacità e di forze, queste diversità di razza, nazione, sesso, età e individualità, lungi dall’essere un male sociale, costituiscono al contrario la ricchezza dell’umanità», è il tenore di queste affermazioni, qui tratte però dal Catechismo rivoluzionario del 1866 di Michail Bakunin: il socialista anarchico ne traeva come conseguenza, però, che «l’uguaglianza non implica il livellamento delle differenze individuali, né dell’identità intellettuale, morale e fisica degli individui» e che «l’uguaglianza economica e sociale non implica peraltro il livellamento delle fortune individuali in quanto prodotto della capacità, dell’energia produttiva e dell’economia di ciascuno». Non è un esito automatico, questo auspicato da Bakunin; ma il contrario, pur molto temuto, è tutto da dimostrare.

Il progetto fusionista è stato un disastro. Ha fallito perché ha dovuto fare i conti con il neoconservatorismo, il quale ha obiettato a questo conservatorismo liberale che quando i cittadini chiedono l’intervento del governo, il governo non può non intervenire: non c’è spazio, nel conservatorismo, per il laissez faire, al massimo si possono tagliare le tasse e lasciar spazio libero alle imprese (e no, non è la stessa cosa). Il fusionismo ha però animato sicuramente la retorica delle esperienze politiche – molto conservatrici – di Ronald Reagan e Margareth Thatcher, che hanno soprattutto ridimensionato il ruolo dei sindacati a favore delle imprese, ceduto qualche monopolio ai privati e abbassato alcune tasse (alzandone altre): nulla che possa carattarizzare la loro politica – conservatrice – come liberale. Non diversamente è accaduto negli anni successivi; e oggi, se il (neo)liberalismo viene considerato come causa di tutti i mali del mondo, in molti casi la responsabilità diretta o indiretta è del fusionismo.

Soprattutto questo fusionismo ha segnato un passo indietro nello sviluppo della cultura liberale: all’attenta valutazione delle conseguenze del laissez faire, del libero mercato, della concorrenza, e dei problemi generati anche dal potere dei privati, per esempio attraverso la creazione di monopoli e di cartelli – i temi di Knight, di Simons, di Eucken e di molti liberali tra le due guerre – è stata sostituita un’ingenua contrapposizione privati-bene vs stato/male, nella quale non è stato estraneo l’influsso della scrittrice americana Ayn Rand, non certo una liberale… Laisser faire e ordine spontaneo sono diventate un via libera al potere e alla ricchezza economica di pochi, che mai lo stato (con tasse e regole) o la società civile (i sindacati, per esempio) avrebbero dovuto intralciare. Conservatorismo puro, persino legittimo, ma incompatibile con il liberalismo.

La libertà e l’onestà sono state in ogni caso più forti: il libertarianism, che è nato da questo progetto – e spesso la fusione è stata con i paleoconservatori… – ha presto mostrato negli Stati Uniti una forte vivacità intellettuale e ha riaperto molti spazi. Oggi non mancano libertarians di sinistra, che aprono ponti anche verso Karl Marx e verso tutta la tradizione anarchica europea. Anche se hanno perso i contatti con la tradizione continentale europea.

Gli steccati, i divieti, le condanne, le scomuniche, le intolleranze non sono però sparite. Per niente. Dove è finito Raymond Aron? Cancellato per il suo ostinarsi a inserire le società capitaliste e comuniste nella stessa categoria, quella delle società industriali, e dal suo keynesismo. Ralf Dahrendorf, con la sua critica alla teoria delle élites? Occorre continuare a far finta che Leonard Hobhouse, William Beveridge, Ronald Dworkin, Amartya Sen,  Martha Nussbaum non facciano parte di una cultura liberale “aperta”?

Perché il liberalismo possa rinascere, occorre che riprenda a circolare aria fresca e pulita nelle sue stanze: le idee, i confronti, anche le polemiche, ma con l’obiettivo di arricchirsi non di “vincere”. Non si tratta per esempio di liberarsi del laissez faire, che in qualche misura deve far parte di una proposta liberale, ma di non nascondere gli inconvenienti che storicamente si sono manifestati più volte, per esempio nella creazione dei cartelli per via contrattuale. Non si tratta di dimenticare che il potere del governo, e soprattutto del potere esecutivo, può essere mortale per la libertà, ma anche di ricordare che la legge è un’importante garanzia di libertà, quando l’alternativa è il comando arbitrario o discrezionale dell’uomo sull’uomo (o sulla donna). Non si tratta di respingere l’idea dell’ordine spontaneo, che ricorda il ruolo della società civile nello sviluppo di una società libera, ma di non identificarlo con una (inesistente) tradizione e non rinunciare, in suo nome, all’uso critico della ragione.

Ecco perché occorre liberare il liberalismo. Liberarlo dalla cappa del suo intollerante irrigidimento, perché torni a essere vivo e attuale. È un lavoro immenso ma, di fronte al montare del sovranismo illiberale, va fatto.

 

  • Veronica |

    Concordo su tutto quello che ha scritto, aggiungo solo che è stato lo stesso Hayek, partendo dalle differenze tra culture politiche americane ed europee, a sostenere che in America si sarebbe potuto definire conservatore, perché i conservatori americani, o meglio, i neoconservatori, portavano avanti il vero liberalismo.

  • habsb |

    egr. dr. Sorrentino
    Alla domanda che pone (“delle due l’una” etc) dà Lei stesso un elemento di risposta: la cultura liberale è libera per definizione, e non impone alla società alcun “obiettivo” da raggiungere aldilà della tutela dei diritti fondamentali alla vita, alla proprietà privata e alla libertà.
    Vi saranno dunque liberali attaccati alle tradizioni come Burke e altri più portati al cambiamento.
    Non si puo’ quindi dire che il liberalismo sia coincidente con il conservatorismo, o anche una sola parte di esso. I due termini significano cose differenti.

    Fra l’altro se oggi guardiamo con attenzione ai conservatori, vedremo facilmente che sono coloro che vogliono “conservare” la situazione attuale di crescita incontrollata del debito statale, di intervento statale nell’economia, di distribuzioni di capitali pubblici alle imprese, alle famiglie e di tassazione a livelli storicamente fra i più alti (senza neanche parlare della tassazione occulta costituita dalla creazione di moneta). Atti certo poco compatibili con il liberalismo.

    C’è da chiedersi quindi quali proposte politiche oggi presenti nel mondo sono compatibili con una visione liberale della società.
    La più prossima è senz’altro quella portata avanti da nazioni come l’Australia o la Svizzera dove il ruolo dello stato è mantenuto ai minimi termini, e dove (nel caso dei nostri amici elvetici) tutte le decisioni maggiori e molte di quelle minori, sono prese tramite un ricorso sistematico al referendum popolare.

  • Riccardo Sorrentino |

    Certo, e allora? La cultura liberale è… libera per definizione, ed è questo il motivo per cui è fortunatamente piena di “ircocervi”: liberali-conservatori, liberali-socialisti (fin dal 1853…), liberali-corporativi (da Stuart Mill in poi), liberali-cattolici, liberali repubblicani, e così via. Resta il fatto che Burke è il padre indiscusso del conservatorismo. Delle due l’una, allora: o il liberalismo è davvero una parte del conservatorismo, hanno ragione i fusionisti, più della metà della gloriosa storia del liberalismo va buttata nella spazzatura perché “falsa” (come vorrebbero in molti, anche italiani); oppure si cerca di capire cosa sia un liberalismo “aperto”, con la consapevolezza che ai confini ci sono molti autori che possono comunque costituire una fonte di ispirazione. A me il liberal-conservatorismo chiuso del fusionismo sembra una strada senza uscita, per i liberali: a quel punto meglio definirsi conservatori, e basta. Va benissimo, è una scelta legittima, e in più non si fa finta che il liberalismo sia la stessa cosa del conservatorismo. Continuerò a scrivere in questo senso… se non altro per fare chiarezza a me stesso. Sono troppi i liberali, anche “classici”, anche “non-progressisti”, che hanno rimarcato le distanze e hanno detto “il conservatorismo è un altra cosa”.

  • habsb |

    SORRENTINO
    “e non compare nelle ‘genealogie’ proposte da altri autori liberali”

    Proprio sicuro ?
    Sa cosa hanno scritto di Burke eminenti “liberal” come Gladstone, Cobden, Acton, Macaulay, Morley, Hirst fra gli altri ?

  • Riccardo Sorrentino |

    Vero. Hayek ha scritto nel 1960 il saggio “Perché non sono un conservatore” in appendice alla “Società libera”. Il problema è che nel tempo le sue posizioni – amore per la tradizione, sfiducia verso la ragione e verso un costruttivismo anche minimo (che invece liberali come Eucken, Popper e James Buchanan ritenevano necessario) lo hanno fatto scivolare lentamente verso il conservatorismo (mentre il conservatorismo adottata Hayek); come ha notato del resto, con grande rispetto lo stesso Buchanan in un saggio non a caso intitolato “Perché, anch’io, non sono un conservatore”. Il pensiero di Hayek – è vero, molto semplificato – ha fornito alimento, insieme a von Mises e a Friedman, al fusionismo, ossia al tentativo americano di fondere conservatorismo e liberalismo in un tutto unico. Lui stesso, del resto, nel momento in cui ha inserito tra i padri del libera
    lismo Edmund Burke, che è il padre vero del conservatorismo (e non compare nelle ‘genealogie’ proposte da altri autori liberali), ha creato un po’ di ambiguità. Anche la sua posizione verso la democrazia è stata altalenante – ma tutto il liberalismo ha vissuto un rapporto molto articolato con il mondo democrativo – e negli anni ’70 ha apertamente dato il suo “sostegno” – puramente ideologico, intellettuale – alla dittatura di Pinochet. Hayek va letto e studiato, con attenzione e rispetto; eppure, finora almeno, non riesco a non considerarlo come la piattaforma girevole tra il liberalismo e un certo conservatorismo. Lui stesso, del resto, si definina un whig, e il whiggism non si identifica totalmente con il liberalismo.

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