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Il Ceo di Morgan Stanley, lo smart working e il liberalismo-che-non-c’è

“In ufficio!”. Le parole del Ceo di Morgan Stanley James Gorman sul telelavoro sono molto rivelatrici, di cosa sono le imprese e quindi l’economia moderna. «Se potete andare in un ristorante, potete anche venire in ufficio. E noi vi vogliamo in ufficio», ha detto, per poi aggiungere «Se entro il Labor Day (lunedì 6 settembre) le persone non saranno tornate in ufficio, sarò molto deluso e allora dovremo rivedere un po’ di cose. E poi, se si vuole essere pagati a New York, si lavora a New York. “Non si può dire: “Sono in Colorado… e sono pagato come se fossi a New York City”. Mi dispiace, non funziona così».

Ci sono molte cose, in queste poche parole. Il paragone tra ristorante e ufficio, evidentemente, è empirico. Può il ceo argomentare che le interazioni all’interno dei suoi uffici sono meno intense e più sicure di quelle di un ristorante? Se sì, il suo ragionamento può avere un senso. Forse.

Forse perché manca qualcosa nel suo discorso: la produttività. Dove è maggiore? Con lo smart working? Sul posto di lavoro? E, più in profondità – come forse è più giusto – quali attività, quali “mansioni” (la parola è orribile, ma dà il senso) richiedono la presenza in ufficio? Quali sono svolte meglio a casa? Forse l’analisi dovrebbe diventare ancora più granulare, dipendere da questo o quel settore, addirittura questo o quel manager.

Delle parole di Gorman resta solo quel “noi vi vogliamo in ufficio” che ricorda, tristemente, che nelle imprese c’è una gerarchia. Spesso molto stratificata, perché – per ragioni culturali, mi dicono legata alla scuola McKinsey e alla sua influenza nel business gloale – le strutture ‘orizzontali’ fanno fatica a imporsi malgrado siano tendenzialmente più efficienti.

C’è una gerarchia e non c’è un mercato, perché – propaganda a parte – la gerarchia nasce dove il mercato non può esserci. Ronald Coase, economista della scuola di Chicago, pragmatico ma di fatto liberista, ha spiegato bene che l’azienda emerge dove i costi di organizzazione sono più bassi di quei costi di transazione che la teoria dei mercati perfetti considera uguali a zero. Si potrebbe dire che, in un certo senso, l’azienda è uno dei “fallimenti del mercato”.

L’idea che dentro le aziende c’è una gerarchia e non c’è un mercato è gravida di conseguenze, per chi si pone in una prospettiva liberale (e quindi non ammette gerarchie se non strettamente funzionali). Se a questo si aggiunge il fatto – Luigi Zingales, un altro economista liberista, ha esplorato questo aspetto – che le imprese tendono a trasformarsi in un monopsonio o almeno un oligopsonio per i loro dipendenti, eliminando concorrenti sul mercato del lavoro, il  discorso diventa ancora più complesso (e più grave il fatto che i liberali abbiano spesso sottovalutato i problemi dei lavoratori).

Ancora più rivelatrice è l’altra dichiarazione di James Gorman, sottilmente legata alla prima. “Se si vuole essere pagati a New York si lavora a New York”. La retribuzione dei lavoratori, in un mercato perfetto, corrisponde alla produttività (marginale). È chiaro che questa produttività non dipende dal solo lavoratore. Come ricordava in una sua conferenza Ludwig von Mises, uno dei padri del liberismo novecentesco, un operaio che negli Usa guadagna X dollari al mese non può immaginare di guadagnare la stessa cifra dopo che si è trasferito in Sicilia. Se però la sua produttività, in una certa azienda, è pari a y, indipendentemente dal luogo fisico in cui lavora, perché la sua retribuzione dovrebbe cambiare?

In questo caso, però, nel discorso di Gorman manca ogni riferimento alla produttività. Sembra che parli d’altro: se dovete vivere a New York, città piuttosto cara, allora avete bisogno di un salario X, altrimenti avete bisogno di un salario X meno qualcosa. La coincidenza tra retribuzione e produttività scompare (e infatti negli Stati Uniti la produttività e le retribuzioni si sono sganciate molti anni fa).

Pochi mercati sono mercati perfetti, non c’è un meccanismo che garantisce sempre e in ogni caso  una retribuzione pari alla produttività. E allora? Occorre tornare all’idea di David Ricardo, secondo il quale salari e profitti sono frutto del potere contrattuale di lavoratori e capitalisti (oggi diremmo imprese)? Si può fare, nella cosapevolezza che in questo modo si riapre la porta alla critica dell’economia politica di Karl Marx, e a diverse visioni eterodosse dell’economia.

Oppure… Oppure – lo ricorda un altro economista liberale e liberista, Luigi Einaudi – si dà ai sindacati, nati spontamente nel sistema economico moderno, il ruolo di portare – se non altro più rapidamente – le retribuzioni dei lavoratori al livello che sarebbe dominante in un mercato perfetto, con vantaggio di tutti. Compito non facile e mai preciso, ovviamente, ma essenziale, che apre le porte a un’idea del ruolo del sindacato ben più liberale – se non altro nel senso antico: generosa e open-minded – di quella, tetra, di Friedrich von Hayek che, abbandonando l’idea dell’ordine spontaneo a favore del principio razionalistico (e quindi poco compatibile con tutta l’impostazione hayekiana) di non aggressione di John Locke vorrebbe se non vietarli, quantomeno ridimensionarne il ruolo.

È proprio questo ridimensionamento che è stato poi realizzato da due leader conservatori, e non liberali, come Margareth Thatcher e Ronald Reagan, la cui politica ha impedito la trasformazione della cultura dei sindacati, che invece sarebbero dovuti passare da un’impostazione ancora “veterosocialista” – passi, per rapidità, questa etichetta –  essa stessa centralizzata e gerarchica, a una più moderna, evitando l’attuale corporativismo che fa male a tutti.

Le parole di Gorman sono allora espressione perfetta di una cul,tura, che non può che chiamarsi conservatrice che considera ancora i lavoratori come subordinati in una gerarchia sociale fissa e tendenzialmente chiusa, guidata da élites illuminate che definiscono in base al loro potere cosa (la retribuzione, per esempio) è giusto e cosa non lo è. Una visione che ha dominato per qualche decennio e che ha reso più chiuse le nostre società e le nostre economie.

A esse va opposta una cultura e una società aperta, diversa, in cui ciascuno dà, in molti modi diversi, il proprio essenziale contributo, e in cui si riconosce, apertamente, che non esiste – come spiegava l’economista James Buchanan, anch’egli un liberista – un criterio oggettivo che permetta di dire che una persona, o un gruppo, sono superiori a un altro.