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Quantitative easing
in versione cinese

Non c’è solo la Fed… Si parla molto della politica monetaria della banca centrale americana, che sta inondando il mondo di liquidità. Spesso si aggiunge che la situazione è aggravata dal fatto che la Cina non permette alla sua valuta di apprezzarsi, e lascia così che la massa monetaria creata a Washington trovi libero accesso nel paese, senza incontrare alcuna “grande muraglia”. Per questo motivo – o almeno: anche per questo motivo – il gigante asiatico soffre, insieme, di bolle immobiliari e soprattutto di alta inflazione, che ora esporta anche ai paesi occidentali.

 

La storia è in realtà un po’ più complicata.

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Glenn G. Maguire e il team per l'Asia della Société Générale Research, in una ricerca dedicata al possibile atterraggio “a sobbalzi”, ma non "duro", della Cina, ha calcolato sulla base alla regola di Taylor qual è il tasso appropriato oggi in quell’economia. La conclusione è che l’attuale costo del credito “ufficiale” – le condizioni sui prestiti a un anno – è di almeno quattro punti percentuali al di sotto del livello teorico. Si applica "solo" il 6,06% contro un più adatto 10 per cento.

Queste condizioni espansive,

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affiancate all’accumulo delle riserve valutarie reso necessario dal regime di cambio “strisciante”, hanno determinato, spiega Maguire, una forma di politica monetaria quantitativa simile a quella adottata dalla Federal reserve di Washington. Nel solo periodo 2008-2010 la Banca del popolo cinese (Bpc, o Zhōngguó Rénmín Yínháng) ha iniettato nel sistema, aggiunge, l’equivalente del 50% del Pil: «È il più grande esperimento di quantitative easing mai tentato».

Non è la prima volta che la Cina si allontana dalla retta via della regola di Taylor. Il basso livello del costo del credito «è la maggiore distorsione, nella politica monetaria cinese, dalla prima parte del 2008, quando si calcolò che i tassi della Bpc erano quasi sei punti percentuali “dietro la curva”», ossia sotto il livello adeguato. Allora la banca centrale fu costretta a rincorrere l’economia e varò, con vari strumenti, una stretta brusca ed eccessiva, che frenò rapidamente l’economia.

Potrebbe accadere di nuovo? Secondo gli analisti della Sg, sì: il surriscaldamento dell’attività economica, l’inflazione da domanda, quella da eccesso di liquidità, la forte esposizione delle banche in generale (al 130% del Pil) e più in particolare verso i governi locali, la bolla immobiliare, le rivolte sociali per il rincaro degli alimentari, una guerra valutaria che penalizzi il settore delle esportazioni e un crack borsistico possono essere tutti fattori in grado di far scattare una forte crisi o una risposta aggressiva, ma costosissima, da parte della Banca centrale.