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Dai tassi bassi una spinta
anche alle materie prime

Gli economisti accademici dicono di no, piuttosto spesso. Gli analisti di mercato, che guardano la corrente da vicino, a volte affermano di sì, che il nesso c’è. Il tema è dibattuto: i bassi tassi di interesse e l’enorme flusso di liquidità che ne deriva oltre a spingere verso l’alto le quotazioni degli assets finanziari, causano anche i rialzi degli assets reali? Per gli immobili la risposta è immediata: sì. Per le materie prime, invece ci sono dubbi. L’oro risente spesso delle aspettative di inflazione, ma si ha spesso l’impressione che quando il flusso di denaro diventa impetuoso anche altre commodities prime siano coinvolte dai rally. Il grafico della Barclays,

Commodities
elaborato da Dean Maki, mette a confronto l’indice dei prezzi delle materie prime con la distanza tra la crescita nominale del pil e i tassi ufficiali, che aumenta quando il ritmo dell’attività economica e dell’inflazione diverge dal costo del credito che per questo diventa “più espansivo”. «C’è una relazione ragionevolmente forte – scrive Maki – e nei periodi di politica monetaria espansiva di questo decennio, i prezzi globali delle materie prime sono aumentati a un ritmo più rapido rispetto agli anni 80 e agli anni 90».

La relazione è verosimile perché su questi mercati – apparentemente simili ma in realtà diversissimi da quelli finanziari – basta davvero poco per scatenare un rally. Nel 2007 e nel 2008 l’economista specializzato nel settore energetico Edward Morse, allora alla Lehman, parlò chiaramente di bolla: «I mercati delle materie prime sono relativamente piccoli e illiquidi – spiegò – e anche un flusso di un milione di dollari può avere un grande impatto su alcune commodities». Per esempio sul cacao, dove una somma così “piccola” è sufficiente a scatenare un rialzo del 3,2%; mentre ne occorrono 100 milioni, molti di più ma non tantissimi, per avere un aumento dell1,6% del prezzo del petrolio. «Gli investitori – aggiunse – dimenticano l’ovvio: le materie prime sono strutturalmente assets ciclici i cui prezzi fluttuano attorno un livello di equilibrio di lungo termine (potenzialmente variabile). Le azioni invece sono quote nel futuro cash flow di aziende dinamiche che offrono risultati di lungo termine che derivano dal progresso tecnologico. Per le materie prime, il progresso tecnologico aumenta sia la domanda che l’offerta, rendendo un apprezzamento di lungo periodo, anche per le commodities non rinnovabili, incerto nel migliore dei casi». Non bisogna allora pensare che un aggiustamento del mercato verso un più alto prezzo di equilibrio possa durare per sempre.

  • Giovanni Medioli |

    Penso che non ci siano dubbi che i tassi bassi spingano anche verso un incremento della volatilità sulle materie prime e non solo: si può chiamarla speculazione, ma il fatto è che tassi bassi scoraggiano comunque gli investimenti produttivi a medio termine o, per chiamarlo col suo nome, il credito, generalmente prezzato in base al rischio + uno spread sui tassi. Si tende dunque a investire dove si pensa ci possano essere più ritorni. Dopo la crisi di giugno 2007 abbiamo visto sostanzialmente sparire la liquidità sull’interbancario e spostarsi su petrolio e oro, dopo i picchi del 2008 l’enorme massa di liquidità (sia cash che forward) si è spostata sui cambi. Il forex è passato da un controvalore 2007 di 1.400 mld di dollari al giorno a un controvalore 2010 di circa 4.000 mld di dollari al giorno (moltiplicato x 365 fa circa 100 volte il Pil USA!). Oggi, sulla scia dei disordini in NOrd Africa, la liquidità si sta spostando di nuovo sugli energetici. Se i tassi fossro più alti banche e investitori tenderebbero a prestare più denaro perché ci guadagnerebbero di più, e forse avremmo più probabilità di veder ripartire l’economia. Sempre che nel frattempo non crollino gli stati iper indebitati come il nostro proprio a causa dell’aumento dei tassi sul debito pubblico…

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