Indica un intervallo di date:
  • Dal Al

I manager, le imprese
e il mercato-che-non-c’è

Compensi abnormi per i manager, consigli di amministrazione che controllano se stessi, incentivi disallineati che spingono i dirigenti ad assumere rischi con il denaro altrui, un potere economico che si concentra in poche mani: il mondo del “capitalismo storico” – come lo chiamava Luigi Einaudi distinguendolo dall’economia di mercato, in sostanza un progetto politico- mostra spesso aspetti non certo gradevoli, né giustificabili, neanche sul piano dell’efficienza. A volte sembra che la teoria economica non se ne occupi, ma non è così: la agency theory – che studia in generale i rapporti tra un principal (per esempio un azionista, o un elettore, o anche un datore di lavoro – e i suoi agenti) affronta direttamente la questione e permette di creare un ponte tra la visione apparentemente “angelica”, e in realtà matematica, dell’economia astratta dei mercati e quella “diabolica”, un po’ radicale, del mondo reale delle imprese. Mostrando che, come spesso avviene, è l’assenza di mercato e concorrenza e la ricerca di rendite di posizione a creare problemi.

Un’interessante ricerca di Randall Morck, dell’Università dell’Alberta, e di Bernard Yeung, dell’Università nazionale di Singapore, pubblicata dall’istituzionale National Bureau of  economic research di Washington riassume in modo discorsivo lo stato dell’arte sulla teoria, puntando molto sui problemi, emersi in modo drammatico durante la recente crisi. Il lavoro, Agency problem and the fate of capitalism non esita allora a parlare di “contraddizione interna del capitalismo”, ripescando un’obsoleta categoria di marxiana; ma l’analisi è totalmente ortodossa, senza concessioni a ideologie politiche. I due autori argomentano così a favore di un totale allineamento degli interessi dei manager con quelli dei soli azionisti, ritenendo la formula opposta – l’attenzione agli stakeholders, per esempio i dipendenti e l’ambiente sociale – un sistema che rende autoreferenziali i manager confondendo i loro obiettivi. Come dimenticare che la prima forma di mitbestimmung, la cogestione tedesca, fu voluta da Adolf Hitler?

Le ricerche empiriche evidenziano, tra i molti aspetti del fenomeno, che i manager preferiscano le grandi dimensioni perché forniscono loro maggiori vantaggi, mostrano quanto siano negativi la corruzione e i limiti alle scalate ostili, e come il potere dei dirigenti possa portare ad assunzioni di yes men, a forme di discriminazioni tra i dipendenti, a finanziamenti a partiti e associazioni a volte del tutto scollegate da ogni interesse aziendale; spiegano anche, però, come le regole a favore dei piccoli azionisti, che non sono necessariamente più illuminati dei manager, possano favorire controversie non fondate.

È il rapporto tra azionisti e consigli di amministrazione, però, a essere il cuore del problema: “Molti voti degli azionisti – scrivono i due economisti – somigliano alle elezioni al Congresso del Popolo della Corea del Nord più che a quelle del consiglio comunale di New York”, esempio di contrappeso forte del potere del sindaco. Cosa occorre per limitare questi problemi? Un mercato del controllo aziendale, in fondo ancora da inventare: manca “in molti paesi dell’Europa Continentale, dell’Asia e dell’America Latina”, ed è sempre più in difficoltà anche negli Stati Uniti.

Il parallelo con la politica – colpita tra l’altro da problemi di agency analoghi – è immediato: “La vera meraviglia è forse che il capitalismo e la democrazia funzionano entrambi abbastanza bene, tenuto conto di queste contraddizioni interne. La loro vitalità – aggiungono citando l’Adam Smith della Teoria dei sentimenti morali– suggerisce che gli economisti sottovalutano forse la forza e la resilienza di quelle forme di controllo all’interesse personale”, come la religione, la stima di sé e l’etica, che sembrano acquisire forza anche nella “cinica sofisticazione del  XXI secolo”.

Occorre però istituzionalizzare questi contrappesi. La soluzione al problema è allora simile, sia per capitalismo sia per democrazia: “Gli sforzi per portare il dissenso all’interno dei consigli di amministrazione saranno probabilmente poco apprezzati da alcuni Ceo […], ma i politici di opposizione, le controdeduzioni nei tribunali, e i referees (nel mondo accademico, ndr) sembrano portare a decisioni migliori; e così i cda potrebbero essere soggetti a maggiore democrazia azionaria e maggiore responsabilità (accountability)”. La corporate governance, concludono Morck e Yeung, “è là dov’era la scienza politica uno o due secoli fa”. Ora si sa che “il dovere di lealtà alla democrazia richiede una continua critica alle politiche del governo”. Allo stesso modo, occorre saper introdurre nelle società un maggior numero di consiglieri indipendenti, e con maggiori poteri.

  • giuseppe schivo |

    Che bello leggerti Riccardo. La tua analisi è corretta. Io vivo queste cose dall’interno e ti posso dire che nel mondo aziendale la questione del potere viene ancora prima di quella della democrazia. In poche parole siamo ancora all’ancièn regime, Montesquieu deve ancora arrivare. E’ soltanto dalla separazione – e non dalla concentrazione – dei poteri, che un’azienda può guadagnare in longevità e lungimiranza. Oltretutto il reciproco controllo impedisce abusi e decisioni sbagliate. Ciao

  Post Precedente
Post Successivo