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Flessibilità e disoccupazione, un confronto tra Spagna e Germania

Le questioni poste dal mercato del lavoro sono molto complesse. Anche se molti economisti dicono, molto semplicemente, che un mercato flessibile è meglio di uno regolato. Due numeri pongono però qualche dubbio.

Si guardi alla Spagna: qui, secondo una ricerca della Deutsche Bank, il 30% circa di tutti i dipendenti e circa l’80% dei nuovi assunti ha un contratto di lavoro a termine. “Per questo – ha spiegato Bernhard Gräf – è meno costoso per le aziende spagnole interrompere i rapporti di lavoro non rinnovando i contratti invece che salvarli offrendo contratti di Kurzarbeit”, il sistema tipico tedesco – finanziato dal governo – che permette di adattare le ore di lavoro e i salari quando la domanda cala, in modo da tenere stabile l’occupazione. “Questa situazione si riflette nell’enorme aumento del tasso di disoccupazione in Spagna [ora al 20%]”, ha aggiunto Gräf. In Germania, invece, è stato possibile salvare posti di lavoro offrendo Kurzarbeiten: “Solo 200mila posti sono stati perduti da ottobre 2008”. Il sistema tedesco non è perfetto, “il costo del lavoro per unità di lavoro è aumentato, in Germania, se confrontato alla contrazione del 5% del Pil”; ma la solidità finanziaria delle aziende tedesche ha aiutato ad assorbire questi oneri.

Anche in Spagna il mercato di lavoro è stato riformato. L’enorme quota di contratti di lavoro a termine è il risultato di un sistema criticato anche da economisti di mercato favorevoli alla flessibilità. “Abbiamo sempre detto – scrisse Vincenzo Guzzo, allora alla Morgan Stanley, nel 2005 – che contratti a termine e part-time sono la risposta delle aziende europee a una legislazione protettiva del mercato del lavoro e alla mancanza di iniziativa politica [su questi temi], e sicuramente non abbiamo cambiato idea. Eppure la Spagna è, in un certo senso, un po’ un esempio estremo nella mappa europea. L’eccessivo uso di questi contratti – tre volte rispetto al resto del continente – è un effetto collaterale dell’alto costo dei licenziamenti nel paese e, a un certo punto, potrebbe avere effetti negativi. I lavoratori potrebbero sentirsi anche più insicuri, nelle loro prospettive, di quelli attivi nelle economie dove i vincoli al licenziamento sono bassi, nei mercati del lavoro riformati in modo ottimale. Un uso così ampio dei contratti a tempo determinato sta anche pesando negativamente sulla produttività e potrebbe acuire la perdita di competitività della Spagna nel breve termine”. Oggi, si può aggiungere, i sussidi di disoccupazione pesano fortemente sul deficit pubblico di Madrid, che minaccia l’intera Eurolandia.

La prima, provvisoria, conseguenza del paragone tra Spagna e Germania è allora semplice. La soluzione non è la flessibilità in sé, e a ogni costo, ma buone regole che permettano di adattare i costi del lavoro durante una crisi, magari senza perdere posti. Sembra un approccio più realistico e meno ideologico.

  • Anto |

    Gia’ nel 1996 la Spagna aveva il 33% di precariato contro il 15% della Francia ed il 10% dell’Italia. La bolla immobiliare, spinta anche dagli abbondanti investimenti pubblici promossi grazie ai fondi europei, ha sostenuto uno sviluppo estremo della parte debole del mercato del lavoro = gente a bassa qualifica + alta flessibilità contrattuale (i muratori per intenderci). Questa bolla “sociale” era quindi evidente da piu’ di 10 anni e le sirene d’allarme suonavano già allora, ammonendo i governi spagnoli che se un raddrizzamento della politica industriale non fosse avvenuto (in direzione di settori a piu’ alto valore aggiunto) prima o poi ci si sarebbe trovati nella situazione……attuale. I governi, Aznar e Zapatero, hanno invece continuato a cavalcare la bolla a fini elettorali, accompagnandola con proclami d’ogni genere (“noi meglio dell’italia, Spagna nel G8, ecc.). Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Vorrei quindi spezzare una lancia in favore dell’Italietta dal grande debito che in questi anni se n’è sentita dire di tutti i colori ma che oggi esce si’ malconcia dalla crisi ma certamente meglio di tanti altri, soprattutto coloro che fino a ieri erano additati, da giornalisti un po’ superficiali, come l’esempioda seguire.

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