La crisi e la soluzione che nessuno vuole

È un sistema, semplicemente, sbagliato. Gli esperti lo sanno bene, o almeno sono in grado di saperlo: le esperienze del passato sono lì a mostrarlo. Anche le soluzioni esistono: sono state avanzate più di 60 anni fa da un economista di cui si parla continuamente, senza mai davvero ascoltarlo. E la posta in gioco è altissima: il rischio è che il mondo cada di nuovo in depressione. E allora?

La lettura dell'ultimo paper di Barry Eichengreen, dell'Università di Berkeley, e Peter Temin, dell'Mit, scritto per il National Bureau of Economic Research (Fetters of gold and paper, Catene di oro e di carta), è fondamentale, perché offre uno sguardo davvero globale (e solo apparentemente a favore degli Usa). Il lavoro disegna un parallelo molto preciso e rigoroso: quello tra il gold standard della prima metà del 900 e due attuali e compresenti regimi di cambio, Eurolandia e il tasso fisso dollaro-renminbi (o, meglio, la vasta area del dollaro, che "lega" anche altre valute asiatiche e mediorientali). Ricorda soprattutto che il primo sistema – il cambio fisso di ogni valuta con l’oro – ha generato la Grande depressione, imponendo una mentalité – in francese nella ricerca- che richiede la deflazione di prezzi e salari per risolvere i grandi squilibri fiscali e nei conti con l’estero. Con costi sociali elevatissimi.

Perché pensare allora che Eurolandia e gli Stati Uniti possano oggi evitare un analogo destino? Eichengreen e Temin, correttamente, non avanzano arrivano ad avanzare  previsioni. Il loro paper si limita a definire una simmetria, a porre in evidenza le tensioni, del tutto simili, a cui era ed è sottoposto il sistema valutario e creditizio globale. Lo scenario più fosco – quello che porta questo parallelo fino in fondo, alle estreme conseguenze – è però sempre all'orizzonte.

Il parallelo, molto ampio e particolareggiato è tra la Germania degli anni 20 – dove la grande depressione è nata, ben prima del crollo di Wall Street del '29 – e la Grecia e gli Stati Uniti di oggi. «Tutti e tre sono stati riluttanti, per ragioni anche politiche, a riconoscere che avevano di fronte dei vincoli di budget. Hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi, sostenendo  deficit nei conti pubblici e in quelli con l'estero, e prendendo denaro a prestito oltrefrontiera: la Germania principalmente dagli Stati Uniti nel '25-28, la Grecia principalmente dai suoi partner europei nel 2002-08, e gli Stati Uniti principalmente dalla Cina e dai paesi esportatori di petrolio del Medio Oriente».

La situazione è potenzialmente esplosiva, anche se la politica dei cambi fissi – il gold standard negli anni 20, l’Unione monetaria e il peg dello yuan oggi – è molto brava a nascondere le pressioni a cui il sistema è sottoposto. «La percezione che il rischio valutario è stato eliminato ha incoraggiato i flussi finanziari a muoversi dalle economie con abbondanti capitali, dove i tassi di interesse erano bassi, a quelle con scarsità di capitali, dove erano invece alti. I deficit sono stati finanziati più generosamente, incoraggiando i governi ad alimentarli, fino a quando i mercati sono stati disturbati da sconvolgimenti finanziari che hanno sollevato dubbi sulla solvibilità dei prestatori sovrani. Questo è semplicemente il problema della "miniera dei flussi di capitale" ("capital-flow bonanza") seguito da uno "stop improvviso" ("sudden stop"), familiare alla letteratura sui mercati emergenti del 19° e 20° secolo. La sola cosa sorprendente è che i campanilisti osservatori e policy makers dei paesi avanzati, sia negli anni 20 sia più recentemente, non hanno capito che il problema riguardava anche loro».

In astratto, continuano i due economisti, il problema degli squilibri, una volta esploso, può essere davvero risolto costringendo i paesi-cicala a stringere la cinghia. Non a caso oggi, come ieri, gran parte della discussione riguarda proprio la necessità di un’austerità dopo gli eccessi del passato. «Ma – sottolineano i due economisti – c'è un altro lato della medaglia: le politiche dei paesi in surplus». Eichengreen e Temin tornano agli anni 30: «Le difficoltà della Germania e di altri paesi centroeuropei furono rese molto più pesanti dalle politiche di sterilizzazione dell’oro e delle valute straniere adottate da Stati Uniti e Francia. Con questi paesi in surplus nella bilancia dei pagamenti, qualcun altro doveva essere in deficit. Con il loro rifiuto a espandersi quando la depressione arrivò, qualcun altro doveva contrarsi. Con il loro rifiuto a estendere l’assistenza finanziaria di emergenza (la Francia disse no a un prestito della Bri all’Austria, ndr), le dimensioni della contrazione alle quali i paesi in deficit erano soggetti divennero quasi inimmaginabili. Alla fine, le conseguenze politiche furono disastrose». La lunga crisi britannica e americana, l'iperinflazione tedesca, la crisi valutaria francese e la stessa seconda guerra mondiale trovano lì le sue radici.

E oggi? «Ora, quando i paesi in surplus sono la Germania e la Cina, vediamo che inizia a svolgersi un processo simile». I due economisti ricordano allora a Berlino che una deflazione di salari e prezzi in Grecia significa solo rendere più pesante il suo debito; e alla Cina che la sola via di uscita, per gli Stati Uniti e per il mondo, è di aumentare l'occupazione rendendo le esportazioni più competitive, un obiettivo che nell’attuale situazione può essere raggiunto solo «tagliando i costi o aumentando la produttività in modo miracoloso, qualcosa che probabilmente è solo wishful thinking».

Non sorprende quindi che la ricerca di una soluzione alternativa stia impegnando molte persone. Sempre però in quell’ottica parochial, campanilistica che risolve molto poco. Un sistema più stabile è in realtà già stato disegnato da anni, e porta il nome di John Maynard Keynes, oggi invocato – spesso a sproposito – da tanti. «Il sistema valutario – continua il paper di Eichengreen e Temin – è un sistema in cui i paesi su entrambi i lati della relazione di cambio hanno una responsabilità per contribuire alla sua stabilità e al suo funzionamento senza intoppi». Non si può, quindi, «realisticamente assegnare tutte le responsabilità per il riequilibrio alle parti in deficit». Nel 1944, Keynes propose di imporre imposte e sanzioni ai paesi in surplus, in modo da creare un automatismo che correggesse gli squilibri attraverso la collaborazione di tutti, nel comune obiettivo della crescita dell’attività economica e dell’occupazione. «Sessanta e più anni dopo – concludono i due economisti, non certo radicali o lontani dall’ortodossia – sembra che abbiamo dimenticato questo punto».