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L’euro debole vale un punto di Pil in più

Fino a qualche giorno fa era solo un brutto presagio: la flessione dell’euro segnalava a tutti il cattivo stato della fiducia verso Eurolandia. Ma "dentro" quel deprezzamento c’era anche molto altro, più rassicurante.
Gli umori del mondo finanziario hanno dato un pessimo significato al calo della moneta comune fino a 1,1875 dollari, il 7 giugno, dagli 1,5117 del 1° dicembre: si trattava una flessione del 20% in sei mesi. Allo stesso modo, ha un po’ rassicuralto il rimbalzo fino a quota 1,29, frutto di una mutata percezione dei rischi e della politica della Bce che ha iniziato, con mano leggera, a ridurre il proprio bilancio.
Se la finanza temeva il panico, a nessuno nel mondo dell’economia reale sfuggiva però che la flessione dell’euro non faceva altro che riportare la moneta su una strada più equilibrata. Anche in senso tecnico: prima della crisi, che ha cambiato molte cose, calcoli coraggiosi indicavano un livello di equilibrio compreso tra 1,05 e 1,20 dollari. Ed era anche chiaro che l’effetto sulle esportazioni e quindi sulla crescita era importante.
Ma quanto importante? Un’analisi di David Hensley e Joseph Lupton della JPMorgan ha cercato di capire quale positiva ricaduta avrebbe potuto avere il deprezzamento. La ricerca, ovviamente, non considera solo l’euro/dollaro, così importante nelle cronache; e la flessione del cambio effettivo, che tiene conto più correttamente di tutti i principali partner secondo il loro "peso" nell’interscambio, è stata inferiore di quel 20% subìto verso la valuta Usa: questo indice si era fermato al -12,2% il 7 luglio, data di riferimento della ricerca. Sottraendo anche l’inflazione, si giunge infine a un calo "reale" dell’11 per cento.
La differenza è presto spiegata. «Le valute degli altri paesi dell’Europa occidentale – scrivono Hensley e Lupton – hanno segnato rialzi modesti sull’euro, mentre quelle dell’Europa centrale sono rimaste stabili». Nei mesi tra dicembre e luglio, si è poi assistito a due fasi diverse; nella prima sono stati premiati i cambi dei paesi asiatici e quelli legati alle commodities, mentre è stato penalizzato lo yen. In questi casi, in genere cala anche il dollaro, ma questa volta molti investitori hanno deciso di ridurre la loro esposizione in euro, che ha già iniziato a perdere terreno.
Quando sono poi iniziate, ad aprile, le turbolenze "greche", la moneta unica ha continuato a calare, ma le valute asiatiche sono andate sotto pressione a vantaggio di dollaro, yen e franco svizzero. La continua debolezza dell’euro si è quindi distribuita in modo diseguale sui diversi cambi.
Da quel -11% è stato facile calcolare l’effetto sulla crescita. Per ogni punto percentuale di flessione del cambio, le vendite all’estero di Eurolandia aumentano, mediamente e in volume, dello 0,5 per cento. L’export potrebbe quindi aumentare – se l’economia non cambia strada rispetto al passato – del 5,3% circa, e siccome il suo peso sul Pil è del 15%, questo incremento si può tradurre in una crescita dello 0,8 per cento (che va probabilmente appena po’ limato se l’attuale rimbalzo dell’euro dovesse rivelarsi duraturo). Il modello usato da Hensley e Lupton è relativamente semplice – più complesso, comunque, di quanto il riassunto possa suggerire – e presuppone un periodo relativamente lungo. I due economisti l’hanno poi applicato anche ad altri paesi; dai recenti movimenti dei cambi, ricevono un forte impulso la crescita ungherese (+1,5%) e una discreta frenata quella cinese (-1,8%).