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Uem, il balzo della moneta
e i (piccoli) rischi di inflazione

 

Un diluvio di liquidità. Dopo l’operazione a tre anni del 29 febbraio la base monetaria della Banca

Deflatore
centrale europea ha raggiunto – in base ai dati ufficiali – quota 1.782,8 miliardi di euro, pari al 19,3% del prodotto interno lordo 2011 di Eurolandia. È una cifra importante e imponente: la base monetaria – chiamata anche, e non a caso, high powered money – è il vero impulso che un’autorità monetaria più dare all’economia.

Si trasforma nell’offerta di moneta – misurata con diverse modalità – anche se con un’incisività e in tempi molto variabili, e quindi è impossibile capire quanto denaro si sta effettivamente creando. È vero però che l’impatto potrà essere forte, sia come effetto – temporaneo! – sui tassi di interesse finanziari, non a caso calati addirittura sotto l’1% “ufficiale” su tutte le scadenze fino a tre mesi, ma anche – ricorda Scott Sumner della Bentley University – come effetto “hot potato”, “patata bollente”, il desiderio di liberarsi il più possibile di questa moneta.

Questa moneta accumulata – “parcheggiata” si dice comunemente, sbagliando – presso la Bce è infatti al centro di un vero e proprio “gioco delle sedie musicali”. Questi depositi garantiscono un tasso dello 0,25%, ma costano l’1% (indicizzato). Alle aziende di credito conviene investire queste risorse. Il punto è che, in qualunque modo avvenga l’utilizzo del denaro, non potendo le banche ridurre i depositi se non attraverso operazioni di drenaggio di liquidità con la Bce (o chiedendo banconote) li trasferiscono ad altre aziende di credito.

A fine giornata, però, alcune banche resteranno “in piedi”, come quando, nel gioco, si ferma la musica e tutti si siedono (tranne uno). Con mercati imperfetti – e tutti lo sono – e le aspettative giuste questo gioco dovrebbe sospingere l’attività economica e, con un ritardo più o meno lungo, i prezzi.

C’è allora un rischio di inflazione? Alcuni lo temono. Nel lungo, a volte lunghissimo periodo, la maggiore quantità di denaro si trasforma in inflazione, in un rapporto quasi uno-a-uno: un +1% nell’offerta di moneta crea un aumento dell’1% circa dei prezzi. La gestione della base monetaria – che non riduce però l’offerta di moneta – è comunque dinamica, e la Banca centrale ha gli strumenti per drenare rapidamente liquidità nel caso diventasse necessario. Per ora non c’è pericolo: l’offerta di moneta cresce lentamente, in alcuni paesi come l’Italia si è addirittura ridimensionata negli ultimi mesi del 2011 e solo ora comincia a dare segnali di ripresa. Basti pensare, come esempio, che M3 aumenta nell’intera Eurolandia a un ritmo del 2% annuo, contro un valore di riferimento, ottimale, del 4,5 per cento.

Non deve inoltre spaventare l’attuale ritmo di aumento dei prezzi, quel 2,7% annuo che risulta particolarmente “tenace” e non si raffredda con la velocità sperata a causa del caro petrolio e dell’aumento dell’Iva in diversi paesi. Si guardi piuttosto al deflatore del Pil che misura, con qualche imprecisione – il prezzo di una macchina fotografica “pesa” quanto quella di una mela, malgrado, per esempio, la differente frequenza di acquisto – l’inflazione generata all’interno dell’economia. Anche se in crescita dal minimo dello 0,37% di marzo 2010, a settembre 2011 – gli ultimi dati disponibili – risultava in crescita dell’1,39% annuo, ancora al di sotto della media di lungo periodo, pari all’1,63%. Senza contare che da luglio 2008, l’inflazione core (senza energia, alimentari e tabacco) media di Eurolandia è stata dell’1,3% annuo. Non sembra un ambiente surriscaldato.