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La Cina, un mosaico
di piccole economie

La Cina è la seconda economia del mondo, ormai. Fatto importante, sul piano politico, per le risorse che il governo di Pechino ha e potrà avere a disposizione per le sue strategie internazionali, a cominciare da quelle militari. Un po’ meno sul piano del benessere, perché il reddito pro capite è molto basso: se gli Stati Uniti avessero la stessa popolazione della Cina, sarebbero quattro volte più “pesanti” sul piano dell’attività economica di quanto non siano oggi, e 11 volte più “grndi” del suo concorrente (contro le attuali 2,5).

Si può capire allora cosa ci sia davvero dietro l’apparente strapotere del nuovo Regno di mezzo, spezzettandolo.

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Esaminando cioè le singole province del paese per paragonarle ad altre economie mondiali. È il lavoro compiuto da Zhang Zhiming, della Hsbc, in una ricerca che vuole sottolineare come la Cina sia un mosaico di regioni non solo diverse per i risultati economici, ma anche differenziate per scelte politiche, grazie a un insospettato processo di progressiva conquista dell'autonomia regionale, sia pure all’interno di un sistema che resta centralizzato. Nella sua analisi la Cina emerge come la somma di tante economie emergenti, con poche aree, molto popolose, paragonabili a piccoli o piccolissimi paesi ricchi: lo Shandong ha le dimensioni (economiche) della Svizzera (ma una popolazione di 94 milioni di persone, contro i 7,8 milioni del paese alpino), lo Shaanxi quelle della Nuova Zelanda (con 38 milioni di persone contro 4,4). Il Liaoning (43 milioni di abitanti, il Sichuan (81), lo Yunnan (45), il Gansu (26), e il Ningxia (6,2) sono paragonabili invece a Portogallo (10,6 milioni), Repubblica Ceca (10,7), Slovacchia (5,4), Slovenia (2) ed Estonia (1,3). Pechino è simile a Singapore. Nessuna area supera, nel complesso, le dimensioni della Turchia – pari a un terzo circa dell’Italia – raggiunte dal Guangdong, la provincia più produttiva, quella di Shenzhen e Guangzhou.

Proiettando nel futuro, al 2020, le attuali tendenze, il quadro naturalmente migliora,

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ma solo per alcune regioni. Altre restano decisamente indietro, peggiorando le ineguaglianze. Lo Shandong superera il Guangdong e raggiungerà le dimensioni del Canada, uno dei i primi dieci paesi del mondo che ha però (oggi) una popolazione di 34 milioni di abitanti. Il Tibet, oggi delle dimensioni di Haiti (prima del terremoto), si fermerà intanto al livello dello Zambia, mentre il Qinghai, oggi come l’Uganda, diventerà come il Kenya.

  • Riccardo Sorrentino |

    @bob Usare il Pil a parità di potere d’acquisto – peraltro di difficile calcolo, e da maneggiare con molta cura – per tutti i paesi (e non solo la Cina) darebbe sicuramente risultati molto diversi, è vero. Sicuramente errata, però, è l’interpretazione delle intenzioni di Zhang, che nella sua lunga analisi è invece molto, molto ottimista sulle potenzialità del paese, e più orientato a sottolinearle che a nasconderle… Forse, semplicemente, mancano i dati per le singole province cinesi.

  • bob |

    Zhang Zhiming, grande economista, ma tende a contenere, se non addirittura a gufare, il dirompente sviluppo cinese che minaccia le piazze finanziarie anglosassoni, che danno da mangiare, e bene, a Zhang. Ci si riferisce ancora a dati uffuciali e non a parità di potere d’acquisto. Solo i titoli nei forzieri cinesi sono il 50% del PIL europeo. Andate sul sito della cia al worldfactbook e troverete che GDP è 9.872 trilioni mentre quello dichiarato è 5.745 trilioni. E specificano che: because China’s exchange rate is determine by fiat (vuol dire per decreto), rather than by market forces, the official exchange rate measure of GDP is not an accurate measure of China’s output… Più chiaro di cosi…

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