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La destra Usa dice no
al calcio, “sport socialista”

Non vogliamo la Coppa del Mondo, non ci piace il mondiale, non ci piace il calcio, non vogliamo averci niente a che fare”. È una condanna senza appello: Glenn Beck, uno dei più influenti commentatori repubblicani e animatore del Tea Party, usa espressioni forti contro uno sport che sta conquistando sempre più americani. Non è il solo: sono in tanti, tra i conservatori, a guardare al calcio con un disprezzo che si colora di politica, di ideologia, persino di vago razzismo. “Il mio sospetto – ha scritto il neocon Gary Schmitt – è che il cosiddetto “bel gioco” (così è oggi chiamato, ndr) non sia così bello per la sensibilità americana. Nello sport, l’eccellenza dovrebbe prevalere. Naturalmente, il fatto che questo non accada spesso nel calcio può essere la ragione per cui questo gioco è così popolare nei paesi dell’America Latina e dell’Europa”. I più colti ricordano le parole di Frank Cannon e Richard Lessner. Il calcio – scrissero nel 2006, dopo la partita dei mondiali contro l’Italia (finita 1-1) – non diventerà mai un grande sport in America: troppi pochi goal. “Il nostro paese deve ancora soccombere al nichilismo, all’esistenzialismo e all’anomia che ha colpito l’Europa”. “Il calcio – aggiunsero – è il gioco perfetto per il mondo post.moderno. è la quintessenza del nichilismo che prevale in molte culture, e questo sicuramente spiega la sua selvaggia popolarità in Europa. È davvero un gioco sul nulla, lo sport come sensazione”. “Il calcio – ha recentemente aggiunto il teologo Stephen H. Webb – è uno sport europeo perché è tutto morte e disperazione”.
Il “nodo”, per i conservatori, è che il calcio chiede poco ai suoi giocatori. “Ai bambini si domanda solo la capacità di correre dietro la palla – ha spiegato ai navigatori il sito NewsBusters – il rischio di fallire è pari a zero per ciascun giocatore, tranne per chi riceve il goal. Anche la forte probabilità che la partita finisca con un pareggio lo rende attraente per i genitori riluttanti a insegnare ai ragazzi le difficili lezioni della vita”. Insomma: sforzi minimi e poco premiati, troppa partecipazione e poca competizione, sono le critiche più diffuse. Al punto che per qualcuno il gioco diventa “una metafora del socialismo”, e non da oggi: “Il calcio –  scriveva nel ‘98 sulla National Review Stephen Moore – è uno sport per burocrati, socialisti e madri opprimenti. Fermate questa follia!”.

 

  • Fabio |

    Credo che nemmeno meritino commenti… concordo con Deck, davvero tante cose si possono (purtroppo) spiegare, in una nazione con menti così…

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