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Eu 2020 strategy, il ritorno dei (mini) campioni nazionali?

La Eu 2020 strategy, il nuovo programma per la crescita e la competitività dell’Unione europea – curiosamente disponibile in sloveno, ma non in italiano – immagina come una delle sue sette”iniziative principali”, “una politica industriale per l’età della globalizzazione”. L’obiettivo è di “migliorare le condizioni in cui operano le aziende e in particolare per le Pmi (piccole e medie imprese, ndr), e di sostenere lo sviluppo di una base industriale forte e sostenibile per competere globalmente”. Non è chiaro però come la Commissione promuoverà “la ristrutturazione dei settori in difficoltà verso attività orientate al futuro”, “le tecnologie e i metodi di produzione che riducono l’uso delle risorse naturali”, e “l’internazionalizzazione delle Pmi”. Allo stesso modo, non è chiaro come gli stati membri potranno “migliorare le condizioni in cui operano le aziende, in particolare le piccole e medie imprese innovative, anche attraverso appalti pubblici che sostengano gli incentivi all’innovazione”.

Per alcuni commentatori c’è qui un rischio: che il nuovo programma permetta ai governi di “scegliere i vincitori” nei settori agricoli, industriali e dei servizi per aiutarli a competere sui mercati internazionali e sostenere l’attività economica.

Se così fosse sarebbe un male. Credono davvero, i burocrati dell’Unione, un governo possa scegliere “il vincitore” (o, peggio ancora, tanti piccoli e medi vincitori)? In un paese in via di sviluppo, per esempio, la Cina, sarebbe un compito semplice e, nei fatti, molti ‘emergenti’ mostrano un modello economico ‘guidato dallo stato’ di successo. Per un paese pienamente sviluppato, con una struttura economica molto complessa, lo stesso compito è spaventoso, estremamente difficile. Naturalmente un buon governo potrà raccogliere i suoi successi, qua e là, e scegliere qualche buona azienda; ma i rischi di fallimenti sono enormi.

Anche una strategia meno invasiva, di innovazione guidata da governo può facilmente fallire. Si pensi al settore delle biotecnologie a Singapore. Eppure la Eu 2020 strategy pensa che “la Banca europea degli investimenti e il Fondo europeo degli investimenti possono contribuire a sostenere un “circolo virtuoso” in cui l’innovazione e l’imprenditorialità possano essere finanziati in modo redditizio dai primi investimenti fino alla quotazione sui mercati finanziari, in partnership con i molti programmi e le molte iniziative già operative a livello nazionale”.

Naturalmente, un’economia non può affidarsi a una strategia da “vantaggi comparati”, uno schema – una ricetta, in realtà, non una teoria analitica – non applicabile a un mondo con libera circolazione di capitali; ma il risultato più probabile di una strategia di “scegli il vincitore” sarà la creazione di un gruppo di aziende molto protette, individuate, nel caso migliore, sulla base di piani e criteri basati sui successi e le promesse del passato, meno innovative nei settori industriali e meno prudenti sui mercati finanziari e bancari; un’élite molto privilegiata di manager e imprenditori ‘burocratici’; e troppe liaisons dangereuses tra società e governi.

L’innovazione, la sfida più difficile dei paesi sviluppati, richiede in realtà un sistema poliarchico, decentralizzato: in una parola, di concorrenza. È vero che nella realtà i mercati non sempre scelgono i migliori: è ingenuo pensare che possano avere sempre successo, che non conoscono fallimenti o, peggio, che il reale è razionale; ma sarebbe un’illusione presumere che i governi, tranne che in alcuni casi di “monopolio naturale”, possano fare meglio.