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Che effetto ha avuto sull’occupazione il jobs act del 2015?

Che effetto ha avuto il jobs act? La risposta più facile è immediata: è troppo presto per dirlo. Il vero effetto delle riforme strutturali può essere visto soltanto quando la domanda è piena per un periodo sufficientemente lungo da poter individuare nei dati una discontinuità forte tra il “prima” e il “dopo”.

L’esperienza tedesca

A volte, però, le cose vanno diversamente. Si esamini, per esempio, cosa accadde in Germania, dopo l’introduzione della riforma Hartz V, entrata in vigore nel 2005.

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La discontinuità è evidente. L’andamento dell’occupazione cambia completamente. Prima, tra il 1993 e il 2005 è debolissima – ogni trimestre, in base alla media di lungo periodo, si persero tra ’93 e 2004 circa 15mila posti di lavoro: la Germania era “il malato d’Europa”. Successivamente, il mercato del lavoro ha creato mediamente 41mila posti di lavoro. L’andamento ha persino cambiato forma – tecnicamente è diventata stazionaria, mentre in precedenza non lo era – e non ha conosciuto una vera discontinuità con la grande recessione, anche le oscillazioni sono diventate molto più ampie.

Quattro fasi per l’occupazione in Italia

Si può individuare qualcosa di simile anche per l’Italia?

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L’andamento del mercato del lavoro, nel nostro paese, ha visto un andamento ben più complesso di quello tedesco. Si possono individuare – statisticamente si tratta di “rotture strutturali”, matematicamente individuate – quattro periodi diversi: il primo finisce con il 1997, con una flessione media 26mila occupati al trimestre: è il periodo che segue la crisi valutaria del ’92, durante il quale si prepara l’introduzione dell’euro.
Il periodo successivo va dal ’98 a metà 2008: è l’ultima fase della preparazione all’euro – quando ormai le aspettative sono stabili e l’inflazione è calata – seguita dall’adozione della moneta comune. Con buona pace degli anti-euro, durante questo periodo l’occupazione è aumentata a un ritmo medio di 67.900 persone al trimestre.
Il terzo periodo coincide, senza sorprese, con la doppia recessione che ha colpito l’Italia: va da luglio 2008 a settembre 2013, durante il quale il mercato del lavoro vede calare gli occupati a un ritmo di 48.400 persone al trimestre.
La ripresa inizia infine con l’ultimo trimestre del 2013: da allora il mercato del lavoro ha generato 45.300 posti al trimestre. Meno quindi dei 68mila circa precedenti la crisi.

Il Jobs act

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Cosa è successo con l’introduzione del Jobs act nel 2015? Poco o nulla, sembra di capire. I posti creati sono passati, con un leggero aumento, a 51.100 – un livello comunque inferiore a quello pre-crisi – ma non si possono attribuire tutti, con certezza, alla riforma del lavoro: la ripresa ha conosciuto un’accelerazione e l’incremento è sicuramente dovuto in parte alla maggiore velocità del pil.

Non ci sono – o non ci sono ancora – tracce utili, non si può dire, dunque, che il Jobs act abbia fatto la differenza.

L’impatto sui disoccupati

Ci si può chiedere, però, se qualche indicazione emerge invece dai dati sulla disoccupazione.

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È abbastanza curioso notare che, in realtà, l’andamento della disoccupazione italiana – la cui misurazione ha generato diverse critiche – non conosca nessuna vera “rottura”, almeno da un punto di vista statistico: non durante la crisi, tantomeno dopo l’introduzione del Jobs act. La linea verde, che rappresenta una regressione locale e depura i dati dalle oscillazioni, appare molto vicina a una retta (e l’andamento è stazionario per tutto il periodo 1983-2017).

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Anche se si ingrandisce l’andamento in modo da concentrarsi esclusivamente sul dopo recessione, non si notano tracce particolari di una vera trasformazione del mercato del lavoro. La differenza è davvero poca, troppo poca. Forse anche per sperare in un futuro balzo.

(Dati Eurostat destagionalizzati, elaborati dall’autore con linguaggio di programmazione R. Rotture strutturali individuate con test Bai-Perron. Regressione locale (loess) calcolata con span = 0.75)