Angela Merkel, l’AfD e l’Illuminismo

Hanno molto colpito le parole di Angela Merkel sulla vittoria di Alternative für Deutschland in Sassonia-Anhalt: «Mi spezza il cuore», ha detto (letteralmente: «Mi sanguina il cuore»). Un’altra frase del suo discorso merita però un’analisi attenta. «La conquista dell’Illuminismo – ha detto l’ex cancelliera tedesca – è consistita nel fatto che la generalità delle persone riusciva a concordare sui fatti. Sulla base di questi fatti si giungeva poi a preferenze diverse riguardo alle politiche e ai partiti. Quando si dà più spazio ai sentimenti che ai fatti, compiamo dei passi indietro sul piano della civiltà».

La frase è interessante per due aspetti: per prima cosa, perché lega il ritorno del populismo di destra – e a volte del cesarismo che l’accompagna – al rifiuto dell’Illuminismo. È un tema che, dal 1789 in poi, ritorna costantemente nella discussione politica, almeno tra coloro che vedono la Rivoluzione – la prima parte almeno, quella “giuridica” – come figlia diretta dell’Illuminismo e non come evento storico per così dire “multidimensionale”. Il secondo aspetto è invece l’idea che durante l’Illuminismo si fosse d’accordo sui fatti e si discuteva sui valori e sulle cose da fare, mentre oggi si discute su incommensurabili sentimenti.

La prima considerazione è interessante perché una componente fondamentale del conservatorismo moderno nasce dalla reazione all’Illuminismo e alla Rivoluzione francese. Un Illuminismo male inteso, considerato astrattamente razionalista, figlio di Descartes – che poco si occupò di politica, almeno direttamente – mentre era invece un fenomeno culturale dalle molte genealogie, come insiste spesso, giustamente, Vincenzo Ferrone: Spinoza, più che Cartesio (come ha mostrato Jonathan Israel studiando le forme più radicali dell’enlightenment), Newton, di cui tutti discutevano, e soprattutto John Locke che ha davvero animato il pensiero di autori come Voltaire, Diderot, e persino Rousseau.

L’Illuminismo dei conservatori è in realtà uno “spaventapasseri”: una ricostruzione fallace facile da criticare e confutare. Il primo fu Edmund Burke, ma molti hanno seguito quella strada. In molti autori il rifiuto dell’Illuminismo coincideva con il rifiuto del razionalismo e quindi, nei fatti, della scienza. Ancora nel XX secolo autori come Friedrich Hayek – che non si definiva conservatore ma era troppo attaccato alla tradizione e troppo critico del razionalismo, sia pure costruttivista, per essere compatibile con le fonti del liberalismo– o Michael Oakeshott hanno combattuto una battaglia culturale feroce contro il razionalismo. Basti pensare alla distanza tra un Hayek e un razionalista critico come Karl Popper (che pure scivola spesso, per amor della polemica, della fallacia dello spaventapasseri, la strawman fallacy) per cogliere la differenza: malgrado le assonanze (e l’amicizia che li legava) sono portatori di due concezioni profondamente diverse della razionalità politica.

Al posto della ragione, il conservatorismo pone come valore la tradizione. Hayek la reinterpreta in modo brillante, sovrapponendovi il concetto – nato con Adam Ferguson, illuminista – dell’ordine spontaneo, e aprendo le porte a un avvicinamento da molti desiderato, malgrado le forti incompatibilità, tra il liberalismo e il conservatorismo. Il gradualismo di Karl Popper è invece completamente diverso: è un procedimento empirico di “prova ed errore”, che non esclude – anzi – una valutazione razionale di quanto si sta realizzando. Nessun “popperiano” rifiuterebbe i risultati della scienza, per quanto politicamente scomodi possano risultare. È invece nel mondo conservatore, in senso lato, che prospera chi contesta la crisi climatica e persino i vaccini, proprio perché politicamente indigeribili. Come nel peggiore stalinismo.

Il richiamo alla tradizione ha però creato un curioso paradosso, ormai in rapido esaurimento, in almeno tre Paesi. In Gran Bretagna, perché lì la tradizione è liberale: il sistema britannico è l’incarnazione del moderno Stato di diritto, sistematizzato da Montesquieu nello Spirito delle leggi, ed elogiato da Voltaire nelle lettere inglesi. Negli Stati Uniti, perché – come ricordava James Buchanan in Why I, Too, Am Not a Conservative – lì la tradizione gira intorno all’illuminista Dichiarazione di indipendenza, all’idea che gli uomini sono nati liberi e uguali. In Francia, anche, perché nel frattempo il repubblicanesimo del 1789 è diventato tradizione. Nessun uomo di destra ha concluso i suoi discorsi con «Liberté, égalité, fraternité», tranne Charles de Gaulle – avrebbe potuto dire, semplicemente «Vive la France, Vive la République». De Gaulle era il politico che diceva: «La Francia non è la destra. La Francia non è la sinistra. La Francia è tutto», in pieno spirito repubblicano. La sua eredità è stata poi lacerata da Nicolas Sarkozy, quando parlò di «racailles», «feccia» a proposito dei moti di Argenteuil, rinunciando a vedere anche nei manifestanti dei cittadini francesi; e calpestata dalla proposta di mettere tra parentesi lo Stato di diritto avanzata dal Républicain Bruno Retailleau, candidato alle presidenziali del 2027.

Altrove questo paradosso conservatore non esisteva. Non in Italia, che pure ha avuto un illuminismo di grande valore: Cesare Beccaria, sempre più dimenticato, o Gaetano Filangieri, studiato in tutta Europa fino all’Ottocento inoltrato; o Antonio Genovesi. Uno storicista come Benedetto Croce, molto attento nel cogliere il valore di ogni evento storico, senza moralismi, riuscì a rivalutare almeno parzialmente l’illuminismo soltanto dopo la catastrofe fascista e nazista. Non in Germania, dove personaggi come Immanuel Kant, Friedrich Schiller e Ludwig van Beethoven hanno lasciato il segno – e che segno – ma non hanno creato una tradizione politica.

L’Italia e la Germania non avevano quindi gli anticorpi offerti dalla tradizione britannica, statunitense, e francese; e non fu un caso se il mondo conservatore – con il listone – sostenne Mussolini. Come non fu un caso se il mondo conservatore tedesco sostenne Hitler, che aveva conquistato alle elezioni del 1932, il 33,1% dei voti, in calo rispetto alle consultazioni precedenti, perché diventasse Cancelliere. Non è solo un caso se l’odio per l’Illuminismo e la Rivoluzione fosse un elemento comune tra nazismo e conservatorismo: «Con la rivoluzione nazionalsocialista – disse Alfred Rosenberg nel 1934 – la filosofia e il pensiero giuridico della Rivoluzione» e quindi il pensiero giuridico dell’Illuminismo, “hanno trovato la loro fine”. Anche Joseph Goebbels, nel 1933, aveva detto: «Abbiamo cancellato l’anno 1789 dalla storia tedesca».

È vero: il mondo conservatore non è rimasto fermo al rifiuto per l’Illuminismo e la Rivoluzione. La storia è andata avanti e occorreva un nuovo obiettivo polemico. Il socialismo non bastava. Troppo plurale – ne esistevano forme democratiche e persino liberali – e a volte persino utile: molte politiche sociali sono state promosse dai conservatori. È stato il ’68 – in tutte le sue forme contraddittorie – a rinnovare il conservatorismo: ne ha scritto, nel buon libro La pensée anti-68, Serge Audier. La polemica contro il ’68 si è però aggiunta a quella contro l’Illuminismo, non ha invitato a una revisione e a un rinnovamento delle posizioni precedenti.

La posizione di Merkel si rivela tanto più interessante quando si ricorda la sua affiliazione politica: la democrazia cristiana. Il mondo cristiano anche recentemente – si pensi a Benedetto XVI – è entrato in polemica con l’illuminismo; e se il cattolicesimo conserva una sua tradizione realista e razionalista, aristotelico-tomista, il protestantesimo di ispirazione soprattutto agostiniana può esserne lontano. Il populismo di destra americano è alimentato da una religiosità fortemente antirazionalista e antiscientifica.

Il secondo elemento della frase di Angela Merkel è anche più interessante perché più originale. Rivelatore. È proprio vero che durante l’Illuminismo si era d’accordo sui fatti mentre si discuteva sui valori? Difficile generalizzare così tanto. È vero forse che l’Illuminismo ha contribuito a diffondere – ma non ha certo creato – l’idea che esistano procedure empiriche o razionali, a seconda dell’impostazione, per distinguere i fatti dal resto: emozioni, pregiudizi, valori… Si pensi alla discussione razionale nella Res Publica Literarum, alla progressiva definizione del metodo scientifico. Hume formulò la distinzione tra proposizioni descrittive e proposizioni normative: da ciò che è non si può ricavare, senza introdurre una premessa ulteriore, ciò che deve essere. La cosiddetta avalutatività arriverà molto più tardi, ma trova qui una delle sue premesse. L’Illuminismo non fu filosoficamente compatto né presuppose sempre un robusto realismo metafisico. Contribuì però a consolidare l’idea che le affermazioni sul mondo dovessero rispondere a procedure pubbliche di controllo: osservazione, esperimento, argomentazione, confronto delle fonti. Approfondì l’idea che distinguere, all’interno delle rappresentazioni, cosa siano i fatti non è compito facile. La cultura successiva ha ulteriormente sviluppato questa considerazione.

Merkel – che elude del tutto il tema della sfiducia verso le istituzioni e chi le gestisce, tema non secondario – dice in realtà qualcosa di più interessante. Il riferimento ai “sentimenti” apre la porta, o forse la socchiude, a una considerazione più ampia di quel che resta del Romanticismo e della sua banalizzazione. Nel mondo attuale tutto può essere criticato, ma le emozioni restano autentiche. Difficilmente vengono messe in discussione. Soprattutto in politica, che non ha mai potuto fare a meno delle emozioni. All’esperienza soggettiva viene quindi attribuita una sorta di immunità epistemica: posso essere contestato su ciò che affermo, ma non su ciò che sento. Il passaggio diventa politicamente decisivo quando l’autenticità del sentimento viene trasferita alla verità della rappresentazione che lo accompagna. Il fatto che una persona si senta abbandonata è difficilmente confutabile; resta invece confutabile la spiegazione che attribuisce quell’abbandono all’immigrazione, all’Europa o a una determinata politica.

L’industria culturale e la comunicazione commerciale e politica in tutte le loro forme hanno molto contribuito ad alimentare questo approccio tardo o post-romantico, che ha trovato ampie risonanze anche nella cultura alta. Non in Hegel, che a suo modo parte da un realismo persino empirista – la Fenomenologia dello Spirito inizia a discutere la certezza sensibile e la supera hegelianamente conservandola; e neanche in Marx, ossessionato – a differenza dei marxisti – da fatti e dati che raccoglieva meticolosamente nella sala di lettura del British Museum. In Nietzsche, piuttosto, che arriva a scrivere – sia pure in una noterella di un quaderno di appunti – «Contro il positivismo, che si arresta al fenomeno: “ci sono soltanto fatti”, direi: no, proprio i fatti non ci sono, ci sono soltanto interpretazioni. Non possiamo constatare alcun fatto “in sé” […]». Non si può banalizzare né cadere nel riduzionismo di fronte al pensiero, un po’ informe in questo caso, di un grande filosofo, che oltretutto non nasce dal nulla ma da una lunga evoluzione che trova una delle sue origini nell’illuminista Kant. È però qui che assume una forma radicale un ampio movimento culturale che supera la distinzione, reale, tra destra e sinistra. Non è certo Nietzsche il primo a porre la difficoltà reale del distinguere i fatti, che non si presentano mai già separati dalle categorie, dalle domande e dalle prospettive con cui li osserviamo; e non si può neanche dire che lui sostenga l’equivalenza di tutte le interpretazioni perché le distingue e le gerarchizza. La sua formula, separata da queste cautele, ha potuto tuttavia alimentare un esito più radicale: l’idea che ogni pretesa di verità sia soltanto l’espressione di una prospettiva e che non esista una realtà – se non una prospettiva soggettiva, emotiva o volontaristica – capace di smentirla. Non è una conclusione necessaria del pensiero nietzscheano, ma una delle derive che esso ha reso filosoficamente possibili.

Le responsabilità sono diffuse: l’arte, il giornalismo, la politica, e soprattutto il marketing (commerciale e politico) che non molto tempo fa riteneva – e forse lo fa ancora – di poter gestire le percezioni e di riuscire a «vendere merda per Nutella», malgrado la realtà… olfattiva. Non è un caso che Merkel usi il termine Gefühl: non indica soltanto un’emozione, ma anche la sensazione soggettiva che le cose stiano in un certo modo.

Contro questo primato politico dell’autenticità emotiva, che oggi riemerge soprattutto nel populismo creando non pochi problemi, occorrerebbe qualcosa che non si vede ancora (o comunque si vede poco: c’è, nella cultura alta, un ritorno del realismo in diverse forme). Non basta la critica di chi, avendo a lungo rappresentato le istituzioni ora investite dalla sfiducia, non riconosce di essere parte del problema: e Merkel, sotto questo profilo, non può considerarsene estranea. Occorre una vera “pedagogia della verifica”. Chi possa davvero mettere in atto questa pedagogia, in un mondo in cui le istituzioni educative hanno perso la fiducia di cui godevano, non è chiaro. Non si tratta di ricostruire un’autorità che comunichi dall’alto quali siano i fatti, ma istituzioni capaci di mostrare come li hanno accertati, con quali limiti e a quali condizioni potrebbero essere smentiti. Il giornalismo potrebbe ancora esercitare questa funzione, a condizione di rinunciare sia al paternalismo sia all’illusione di limitarsi a registrare una realtà già pronta. Informare significa verificare, contestualizzare e distinguere ciò che sappiamo, ciò che inferiamo e ciò che giudichiamo. La conquista dell’Illuminismo non fu l’accordo sui fatti: fu la possibilità di sottoporre pubblicamente le affermazioni alla prova della realtà, ed è questo che va recuperato.