Nausicaa, il vero passo falso nell’Odyssey di Nolan

[Attenzione: spoiler]

Non c’è Nausicaa. In The Odyssey il regista Christopher Nolan  ha deciso di tagliare un personaggio e un episodio – il breve soggiorno tra i Feaci – centrali nel poema omerico: una scelta che nasce dalla precisa reinterpretazione di Odisseo proposta dal film, ma ne rivela anche il limite più profondo.

Nolan conserva molti dei temi legati a Scheria ma li redistribuisce. Affida a Calipso il recupero individuale e non pubblico dell’eroe e trasforma l’ospitalità in una diversa legge morale universale. Proprio questo rende più evidente ciò che scompare con Nausicaa: il riconoscimento pubblico dell’evoluzione di Odisseo.

L’episodio del soggiorno di Ulisse nella reggia di Alcìnoo – che occupa tre dei 24 canti dell’Odissea, senza contare il racconto delle sue peripezie – non è semplicemente, come pure potrebbe apparire a una lettura superficiale, un artificio narrativo per permettere alla narrazione di “tornare indietro” fino alla guerra di Troia.

La reggia dei Feaci, il popolo che non conosce la guerra, ma si dedica alla navigazione (e al commercio, si può immaginare dalla sua ricchezza), è invece la soglia attraverso la quale avviene il passaggio dal racconto mitico – conosciuto peraltro solo attraverso le parole di Odisseo – del Ciclope, di Circe, di Calypso, di Eolo, dei Lestrìgoni, della discesa agli Inferi, delle sirene, a quello dai toni più realistici del ritorno a casa, della riconquista della reggia e della moglie, della sconfitta dei Proci, dell’incontro con il padre. È anche molto di più, però.

È anche il luogo in cui Ulisse si rivela al mondo, e non a singoli personaggi – Telemaco, Eumeo, la nutrice – per l’unica volta prima della strage dei pretendenti. Si era fatto chiamare Outis, Nessuno, nella grotta del Ciclope – un altro dettaglio “tagliato” da Nolan – ma di fronte ad Alcinoo può dire “Io sono Odisseo, figlio di Laerte”. Decide di mostrarsi. Cosa è accaduto, al di là del racconto dell’aedo cieco che ne canta le gesta?

Odisseo giunge a Scheria dopo un naufragio. È sporco di salsedine, nudo, sepolto e addormentato sotto le foglie. Svegliato da una palla che lo colpisce, vede e si avvicina a un gruppo di ragazze, “pauroso” e “orrido”, secondo la traduzione di Rosa Calzecchi Onesti. È la principessa Nausicaa che gioca con le ancelle, “levati i veli dal capo”, dopo aver lavato al fiume gli abiti della famiglia reale e quelli destinati al suo matrimonio.

Le ragazze scappano, ma non Nausicaa, che “dritta stette, aspettandolo”. Odisseo si inchina davanti alla ragazza: “Sono incantato e ho paura tremenda ad abbracciarti i ginocchi”, dice; e presto: “Tu, signora, abbi pietà: dopo molto soffrire a te per prima mi prosto, nessuno conosco degli altri uomini, che hanno questa città e questa terra”. Le chiede “un cencio” per vestirsi.

La risposta di Nausicaa è importante: “Ora che sei giunto alla nostra terra, alla nostra città, né panno ti mancherà, né altra cosa quanto è giusto ottenga il meschino che supplica”. Poi si rivolge alle ancelle: “Questi è un misero naufrago, che c’è capitato, e dobbiamo curarcene: vengono tutti da Zeus gli ospiti e i poveri; e un dono, anche piccolo, è caro”. Non è solo l’ospitalità che Nausicaa evoca, ma anche – in un mondo decisamente precristiano – l’attenzione per i poveri. Odisseo riceve vesti e olio per pulirsi; poi cibo e vino. Un altro dettaglio importante è il consiglio che la principessa dà al naufrago: di recarsi al palazzo reale, da solo, per non alimentare i sospetti del popolo, di “passare davanti al re”, e di abbracciare “le ginocchia della madre nostra”, Arète. C’è nell’Odissea una considerazione delle donne – almeno delle donne dell’élite – che non giustifica alcune antiche letture matriarcali o matrilineari, ma è comunque rivelatrice di un mondo antico diverso da quello che immaginiamo.

I Feaci sono un popolo che sa essere sospettoso – Calzecchi Onesti ipotizza un atteggiamento normale dei navigatori verso i possibili pirati – anche se riconoscono l’antico dovere dell’ospitalità: le fanciulle scappano, Odisseo si reca alla reggia da solo e magicamente “nascosto” alla vista da Atena. “Costoro non vedono volentieri gli estranei – gli dice la dea, che gli appare come una fanciulla – non fanno cordiale accoglienza a chi venga da fuori”. Il gesto di Nausicaa non è quindi solo espressione di un ethos, ma va oltre, supera la diffidenza.

Amore? Certo, c’è il tema – accennato e poi fatto cadere – dell’idillio tra Nausicaa e Odisseo, ma sarebbe sbagliato sovrapporgli gli stilemi dell’amore romantico. Nausicaa accarezza l’idea di sposare lo straniero e il poema accenna a un rapido dialogo tra l’eroe deciso a partire e la fanciulla: “Sii felice, straniero: tornato alla terra dei padri, non scordarti di me, perché a me per prima devi la vita”. “Anche laggiù, come a un dio, a te farò voti, sempre ogni giorno: tu mi hai salvato, fanciulla”. È sicuramente la prima espressione letteraria, almeno nel mondo occidentale, di un amore non consumato. Non c’è inoltre seduzione, in queste parole; né desiderio di possesso. La distanza di Nausicaa da Circe e Calypso è enorme: la fanciulla restituisce Odisseo al mondo degli uomini e delle donne.

Il tema dell’eros, nel testo omerico, dà all’atteggiamento ospitale di Nausicaa una particolare intensità, ma non lo esaurisce: la fanciulla – ispirata dalla dea Atena – ha un atteggiamento regale, nobile verso il naufrago, che non può essere ridotto al semplice innamoramento. Nella reggia, oltretutto, è un uomo, il vecchio eroe Echèneo, che esprime la cultura dell’ospitalità: “Non ti si addice”, dice al re Alcìnoo, “che l’ospite in terra sieda, sul focolare, in mezzo alla cenere”. “Su, l’ospite su un trono a borchie d’argento fa sedere, rialzandolo, e comanda gli araldi di mescolare il vino”. Il giorno dopo tocca ad Alcìnoo, che ha già proposto la figlia Nausicaa in sposa e ha assicurato a Odisseo il ritorno in patria, esprimere il tema dell’ospitalità. “L’ospite nella sala onoriamo. Nessuno rifiuti, e chiamiamo il cantore divino, Demòdoco”. Offeso nelle gare da un giovane, tocca infine a Odisseo esprimere la reciprocità del dovere di ospitalità: “Chi potrebbe lottare contro chi l’ospita? Stolto sarebbe, anzi spregevole, l’uomo che a gara provoca chi gli ha dato accoglienza in un paese straniero: è un mutilarsi da solo”, dice riferendosi però al solo Laodàmante, il figlio di Alcìnoo.

È a questo punto, coperto di doni, lavato dalle ancelle, protetto dall’ospitalità dei Feaci e dalle parole di Nausicaa (“Non scordarti di me”) che Odisseo, il grande eroe, si libera al pianto di fronte al canto di Demòdoco, e all’improvviso riemergere del suo passato. Non è più Nessuno; e mentre l’aedo canta la sua gloria Omero lo descrive mentre piange “come donna, su lui gettandosi, piange lo sposo”. È a questo punto che l’eroe, invitato da Alcìnoo, si rivela: “Sono Odisseo, figlio di Laerte” e inizia il suo racconto.

È irrilevante tutto questo? È il tema dell’ospitalità che educa, che fa emergere o rivelare una personalità, che caratterizza una società senza guerra. Nausicaa lo aveva detto, “vengono tutti da Zeus, gli ospiti e i poveri”. In una lettura immanente del divino, non sono soltanto protetti dagli dèi, non sono solo un dono divino: portano in sé qualcosa di divino. È un tema che ritorna, in tutto il racconto: Odisseo è uomo o dio? Nausicaa è fanciulla o dea? È l’ateo razionalista Alain che trasforma queste intuizioni estetiche in pensiero, in Les Dieux: “Gli dei sono dappertutto”, scrive, con un riferimento immediato all’incontro tra l’eroe e la fanciulla. “Ulisse, sepolto e addormentato sotto le foglie, come il fuoco dei pastori, non è per questo meno Ulisse. Bisogna quindi accordare un credito d’onore e di ospitalità a ogni forma d’uomo; e l’idea che forse un dio si nasconda in ciascuna di esse è una di quelle che il futuro non smentirà mai”.

Nolan sembra rispondere direttamente a questa intuizione quando Odisseo ammonisce Telemaco: «Non cercare un dio negli uomini: potresti rimanere deluso». Non è dunque un tema semplicemente dimenticato. È consapevolmente rovesciato: al credito d’onore concesso universalmente all’umanità nascosta dello straniero si sostituisce la diffidenza dell’uomo contemporaneo verso ogni idealizzazione dell’essere umano. Il mondo del regista britannico è un mondo cinico, in cui la fiducia diventa un rischio.

Grazie ai temi – ancora oggi comunque centrali nel dibattito pubblico e nell’arte – dell’ospitalità, della povertà e della società priva di guerra e aperta agli scambi con gli altri, nell’incontro tra Odisseo e Nausicaa prende invece forma l’intuizione della dignità “divina” e nascosta di ciascun essere umano.

È a Scheria che Ulisse – prima nudo e “ripugnante”, come nella traduzione di Emilio Villa, poi simile a un dio – si rivela in tutta la sua personalità, e insieme a lui si rivela una forma di convivenza fondata non sulla guerra, ma sull’ospitalità, sullo scambio e sulla parola. L’eroe qui non combatte: parla, racconta. I suoi discorsi nell’isola – è stato notato – sono tra i più articolati dell’intero poema. Persino l’accennato idillio con Nausicaa e la possibilità di stabilirsi a Scheria, l’isola dei navigatori in cui nessun uomo vivente può portare guerra, apre un’alternativa al ritorno a Itaca e a Penelope. Odisseo, però, dopo aver rinunciato all’immortalità offerta da Calipso, rifiuta anche l’eutopia concreta (ma imperfetta e incompiuta) dei Feaci, per completare il suo compito: tornare a Itaca, liberare la reggia dall’occupazione dei pretendenti, ricongiungersi a Penelope e Telemaco, reincontrare il padre, nella consapevolezza che la profezia di Tiresia gli imporrà di andare “oltre”, di ripartire, di portare un remo fin dove gli uomini non conoscono il mare (è il tema che Dante svilupperà creativamente, trasformando un nuovo viaggio imposto dagli dèi nella ricerca autonoma dell’“oltre” della conoscenza).

The Odyssey è un film colto, solido, consapevole (si legga l’interessante saggio di Lucio di Gaetano). Da vedere, senza dubbio. Molti di questi temi vengono quindi conservati, perché se ne riconosce la pregnanza: la “legge di Zeus” è un interessante leitmotiv dell’intera opera, anche se si sgancia dalla legge dell’ospitalità greca, la xenia, e tende a sovrapporsi alla universale regola aurea del cristianesimo e di tante tradizioni religiose e culturali (“Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te”), con il rischio di creare non poche tensioni interne alla narrazione. Odisseo diventa un eroe contemporaneo (e qui è la chiave del film): tormentato, anche per l’inganno compiuto a Troia – il dono che nasconde armi e soldati – al punto da non voler davvero tornare a casa. Interessante – e, ancora una volta, molto contemporanea – è la scelta di sostituire il racconto, compiuto, della sua storia nella reggia dei Feaci con una dolorosa rimemorazione individuale.

Il punto più debole, anche alla luce dei molti aspetti riusciti del film, è però l’attribuzione a Calipso di alcune funzioni narrative di Nausicaa. La stessa figura che trattiene Odisseo stordendolo con il fior di loto lo accompagna poi nel doloroso recupero della memoria e lo prepara al ritorno, assumendo quasi il ruolo di terapeuta. La scelta è coerente con la modernizzazione psicologica dell’eroe, ma sostituisce alla dimensione pubblica di Scheria una relazione interamente privata. In Omero Odisseo recupera se stesso davanti a una comunità; nel film lo fa davanti alla donna che lo ha trattenuto, quasi come carceriera.

Nausicaa non è l’unico taglio rilevante: altri episodi avrebbero arricchito il personaggio anche nel senso voluto da Nolan, creando un ponte tra l’eroe greco e quello contemporaneo. Nel film Odisseo si tormenta ma il pianto non assume il valore strutturale che ha nel poema: a Scheria fa emergere davanti agli altri l’identità nascosta dell’eroe; nell’Ade – in un altro episodio cancellato da Nolan – lo  riconduce alla madre e alla perdita. Manca anche il famoso “Sopporta cuore” che l’eroe pronuncia alla vista delle ancelle infedeli e dei pretendenti e mostra la maturità raggiunta dall’uomo che ha imparato a differire l’azione. Sempre nell’Ade, Odisseo non incontra Achille che gli rivela il desiderio di essere l’ultimo degli uomini, purché vivo.

Il tentativo di dare una dimensione universale al personaggio permette invece di respingere le critiche sulla scelta – molto occidentale e per nulla woke – di rendere universali alcuni personaggi, facendoli interpretare da attori non caucasici: Lupita Nyong’o come le sorelle Elena e Clitennestra – uno sdoppiamento che sembra voler sottolineare il carattere mitico, archetipico dei due personaggi – o Zendaya come Atena o ancora John Leguizamo come Eumeo. Sono scelte coerenti con la tradizione occidentale di reinterpretazione dei classici: nell’opera lirica, che è comunque teatro totale e non solo musica, non destano alcuno scandalo da decenni. Il transgender Eliott Page che interpreta Sinone al quale Nolan affida la profezia di Tiresia, il veggente diventato donna e poi di nuovo trasformato in uomo, è di fatto la geniale risposta del regista a queste critiche troppo facili.

The Odyssey di Nolan riesce quindi a offrirci – come l’Ulisse di Dante prima di lui – un Odisseo contemporaneo. La perdita di Nausicaa e dell’isola dei Feaci segna però il limite artistico più evidente del film. Fa emergere in particolare la fragilità dell’interessante attualizzazione della figura di Odisseo compiuta da Nolan: una figura resa universale nello spazio presente, che rischia di non esserlo nel tempo: il film restringe la distanza storica ed etica dalla quale l’Odissea continua a interrogarci. L’isola dei Feaci è, nel poema, il luogo dove l’etica riprende pubblicamente il proprio spazio. Conservare la profondità storica della xenia — la sua distanza da noi e insieme la sua capacità di parlarci — avrebbe reso il film più ricco. La presenza della principessa dei Feaci avrebbe anche creato una significativa assonanza con il finale del film. A Scheria Odisseo avrebbe rifiutato una nuova vita e una nuova sposa per tornare a Penelope; alla fine sarebbe ripartito verso Occidente proprio con Penelope, non più solo, trasformando l’oltre dantesco in un nuovo viaggio condiviso, in questo caso di espiazione.

Nella trama di relazioni prevalentemente personali costruita da Nolan, la tragedia di Odisseo viene dunque rappresentata, ma non trova una forma pubblica di risoluzione: resta affidata alla memoria, alla coppia e alla ricerca individuale di riconciliazione con il proprio passato. È forse un segno dei tempi. L’arte, però, potrebbe andare oltre.